martedì 23 novembre 2010

CRISI D'IDENTITÁ

Abbandono.
Non mi riconosco piú.
È una di quelle fasi in cui ognuno di noi passa, prima o poi nella vita.
Quando, al mattino, mi trascino al bagno e mi incontro riflesso nello specchio, vedo che quell'immagine non mi appartiene. 
I contorni sono sfuocati e l'identitá confusa. 
Forse devo solo comprarmi un paio di lenti nuove per vedermi meglio.


A parte gli scherzi, ho deciso di accantonare ( e non abbandonare) per un momento questa finestra sulla mia quotidianità. Non mi rimane moolto tempo libero e se non lo impegno dormendo non vedo perché dovrei utilizzarlo per raccontarvi le mie giornate. 
Questo è quanto. 
Ho altri progetti in mente, altre storie e altri personaggi.

Grazie per avermi seguito.
Ci leggiamo presto.


giovedì 11 novembre 2010

CINQUENTA Y SIETE

E arriviamo a lunedì, giorno traumatico per molti ma bellissimo per me. Comincio a lavorare. Dopo cinquanta giorni di attesa, che preferisco definire di riposo dal lavoro estivo in vista del lavoro invernale, finalmente oggi si ricomincia a faticare. E fare fatica non è mai stato così bello.

Mi presento all’ora stabilita, con i soliti cinque minuti di anticipo al ristorante, e la responsabile che mi ha dato l’appuntamento non c’è ancora. Scena già vista e comincio a capire che qui se la prendono davvero con calma e l’anticipo non impressiona più di tanto. Cinque minuti dopo arriva, una peruviana che parla a voce alta e pretende di essere ascoltata con lo sguardo. Avrà più o meno trent’anni e conoscendola meglio non risulta poi così odiosa come la prima impressione. Mi spiega il lavoro approfittando del locale semi vuoto e facendomi praticare appena arriva qualche cliente. Ed è proprio in una di queste occasioni che succede l’inevitabile, uno di quei soliti casini che succedono sempre negli episodi di Giulia al lavoro, entusiasmo e pasticci, la mia rubrica personale di disastri lavorativi, cominciati a collezionare l’anno scorso, quando il primo giorno di lavoro al Soleado di Santa Margherita Ligure, quando rovesciai la prima comanda della mia vita -quattro birre medie- addosso ad una ragazza brasiliana vestita da sera. Grazie a dio i brasiliani hanno senso dell’umorismo e prendono la vita con quel tocco di serenità che manca al resto del mondo, e la faccenda si è risolta con: -Tranquilla, ragazza, la birra fa benissimo all’abbronzatura. Ma tornando al nuovo pasticcio, questa volta Il Danno non ha nulla a che vedere con la clientela, i colleghi e oggetti del locale. Anche se ad essere sincera ero talmente tesa dall’emozione di cominciare che davvero credevo di dimenticarmi qualche fornello acceso, dar fuoco a tutta l’impresa, uscire dalla porta principale applaudendomi da sola e andarmi a suicidare sotto una metro. Per fortuna nulla di simile. Solo mi sono ustionata una mano. Il lavoro consiste nel prendere l’ordinazione del cliente, prendere la giusta quantità di quello che chiede (200g) e metterli per quattro minuti a cuocere un una vasca di acqua che bolle tutto il giorno. Naturalmente, per questioni di pratica, per tirare fuori ciò che poi bisogna preparare non esistono guanti isolanti, straccia isolanti o cose simili. Semplicemente si va con le mani. Una volta acquisita la destrezza del movimento è stato facile ma prima ho dovuto buttarmi sulla mano una consistente quantità di acqua bollente per capirlo. Nulla di grave, solo un piccolo cerchietto rosso che rimarrà per un po’. Inoltre ho scoperto di avere anche dei problemi con il registratore di cassa, cosa comune tra i colleghi alle prime armi a quanto pare, ma dovrò mettermi sotto a studiarne gli intricati meccanismi se voglio lavorare bene. Ed ora, apriamo capitolo colleghi. Dopo la peruviana Mery, che è come la capa del personale, ci sono Josè (è una condanna ed una persecuzione) un strano elemento con la testa a palloncino e un paio di occhiali sulla punta del naso; poi c’è Kat, una ragazza rasta della Slovacchia studentessa qui da otto anni credo di aver capito, il che mi sembra molto strano dato che ha ventidue anni e vive senza genitori. Domani invece lavoro con un altro ragazzo, di cui naturalmente non ricordo il nome, e che da quanto è emerso dagli avvisi di Mery, è un chiacchierone e ogni tanto bisogna richiamarlo al lavoro. Sarà divertente. La giornata si conclude con una pulita generale del locale (per la prima volta in vita mia ho provato il brivido di pulire il bagno di un locale. Mai più.), messa a posto generale e birretta con sigaretta annessa di fine lavoro. E prendere la metro alle undici e mezza, stanca morta dopo sei ore di lavoro, sapendo che ti stai allineando con questa nuova città e che da ora fai parte della popolazione attiva e che nessuno ora più portarti via quello che avevi in mente di fare perché si sta realizzando sarebbe un crimine portartelo via, è una sensazione inspiegabile. Me ne vado a letto contenta, pur sapendo che la mia sveglia suonerà alle quattro del mattino.

lunedì 8 novembre 2010

I seguenti giorni, ovvero venerdì, sabato e domenica abbiamo deciso di passarli nella pigrizia più totale. Già, da lunedì la pacchia finisce per tutti. Chi comincia gli esami, chi ha da continuare a studiare e chi comincia a lavorare. Questi giorni, per l’esattezza mesi, sono serviti a tutti per allinearsi con la città, con l’aria nuova, con le proprie idee. Però quel tempo è decisamente finito, e abbiamo deciso di festeggiarlo alla maniera decadente. Così ci siamo travestiti da poeti maledetti, abbiamo comprato dell’absenthio e abbiamo fatto festa, per svegliarci la mattina seguente alle quattro del pomeriggio. E mentre Raul e la sua ragazza cenavano dolcemente a lume di candela un’insalata preparata con cura bevendo vino, noi facevamo colazione/pranzo/cena con un kebab e una birra. -Più il piatto è ricco, meno è sostanzioso chi lo mangia. Santa parole. Noi siamo più semplici e essenziali, niente candele e niente piccante, grazie! Dopo qualche momento di titubanza sul da fare per la notte, quando l’indecisione sembrava svanita e il programma ci sembrava più che chiaro, ovvero casa, film e risacca, qualcosa si è risvegliato in noi. Così siamo corsi dall’altra parte della città a casa di Camila alla sua festa di inaugurazione del nuovo appartamento. Quasi tutti i suoi amici le avevano dato buca, così siamo corsi noi in aiuto a far festa. E anche sabato abbiamo fatto mattina, con conseguente sveglia alle sei di pomeriggio, questa volta. Che vergogna. Ma che bello poltrire sotto le coperte mentre fuori una sottile piggerellina ricopre come un manto la città. Una volta deciso di alzarsi, dopo una colazione/pranzo/merenda/cena a base di riso con sugo rosso, cosa che mi ricorda quando ero a casa malata e la mia mamma mi curava a forza di purè e riso, usciamo alla volta del cinema dove ci aspetta un documentario su un concerto a San Francisco negli anni settanta. Una specie di Woodstock in piccolo. Esattamente quel concerto in cui il nostro caro amato Jimi decise che era ora di bruciare la sua (e nostra) amata chitarra come finale della sua performance. Potevamo mancare all’appuntamento? Così al ritorno a casa, scendo in Plaça Espanya e cammino sotto la pioggia, con le mie ballerine nere, i piedi bagnati e Jimi nelle orecchie. Domani si comincia, e questa come conclusione, non è niente male.

CINQUENTA

Era il giorno, quello giusto. Non potevo continuare a rimandare quell’appuntamento infinitamente. La paura di impiegarci tutta la mattina mi terrorizzava, ma dovevo affrontare quel passo, altrimenti potevo dire addio al contratto per la comparsa. Così munita di forza di volontà, coraggio e cartina esco alla ricerca della tesoreria. Saltavo di persona in persona, accumulando ogni volta nuove informazioni che alla fine mi hanno portato a destinazione, come una caccia al tesoro. Il solito bancone con ticket d’attesa mi aspetta, ma la signorina è molto più veloce di quello che mi aspettavo. C’è anche una sedia libera. Cosa è successo alla burocrazia spagnola? Un terremoto ha scacciato le grandi code e i tempi d’attesa infiniti dagli uffici comunali, probabilmente. Dieci minuti dopo, mi ritrovo seduta ad un tavolo, la signorina mi chiede il NIE, una firma e mi consegna un foglio: Securidad Social, recita a grandi lettere. Incredibile, non è possibile, ho rimandato questo per una settimana quando era così veloce, semplice e quasi divertente, se contiamo gli elementi da osservare in sala d’attesa. Come quell’irlandese seduto dietro di me la cui cintura era quasi più larga della circonferenza di Orione e il cui sudore colava sulla camicia di seconda mano mentre gridava un inglese maccheronico ad un livello decibel troppo alto per la situazione in cui si trovava. Comunque abbandonando descrizioni di personaggi ambigui che incontro per strada, perché potrei creare un blog solo per loro, e tornando alla mia giornata, mi mancava solo una copia scannerizzata dei documenti ed il gioco era fatto, quelli della Escandalo Film avrebbero smesso di chiamarmi ad orari improbabili per ricordarmi con tono scocciato che necessitano i documenti per il contratto. Il problema era che di copisterie, in quella zona, nemmeno l’ombra. Mi ingegno e riciclo la tattica della caccia al tesoro, ce per la seconda volta in un tempo troppo ravvicinato funzione. Dopo qualche passeggiata su e giù per la stessa strada ne trovo una, così scannerizzo, pago esco, fermata dell’autobus e via diretta all’IKEA, il mio posto da sogno. Questa volta però la voglia di farsi tutto il percorso passando per stanze arredate da sconosciuti di case immaginarie e sognare di viverci un giorno era pari allo zero. La tentazione in quel posto però è troppo forte, è come una droga. Mi sento drogata di IKEA. Così passo attraverso l’esposizione a testa bassa, pugni chiusi lungo i fianchi e orecchie tappate, per scendere diretta al piano interrato dove acchiappo solo, e dico solo, quello che mi serve. Sulla via del ritorno ero talmente galvanizzata che dopo aver posato tutto in casa, sono riuscita a comprare un martello e dei chiodi dal chino. Non potevo aspettare altro tempo, dovevo appendere subito quello che avevo comprato. Così ora mi ritrovo una Securidad Social e una stanza semi-decente, il tutto in un giorno. Non è difficile immaginare come sono crollata dal sonno la sera.

















I seguenti giorni, ovvero venerdì, sabato e domenica abbiamo deciso di passarli nella pigrizia più totale. Già, da lunedì la pacchia finisce per tutti. Chi comincia gli esami, chi ha da continuare a studiare e chi comincia a lavorare. Questi giorni, per l’esattezza mesi, sono serviti a tutti per allinearsi con la città, con l’aria nuova, con le proprie idee. Però quel tempo è decisamente finito, e abbiamo deciso di festeggiarlo alla maniera decadente. Così ci siamo travestiti da poeti maledetti, abbiamo comprato dell’absenthio e abbiamo fatto festa, per svegliarci la mattina seguente alle quattro del pomeriggio. E mentre Raul e la sua ragazza cenavano dolcemente a lume di candela un’insalata preparata con cura bevendo vino, noi facevamo colazione/pranzo/cena con un kebab e una birra. -Più il piatto è ricco, meno è sostanzioso chi lo mangia. Santa parole. Noi siamo più semplici e essenziali, niente candele e niente piccante, grazie! Dopo qualche momento di titubanza sul da fare per la notte, quando l’indecisione sembrava svanita e il programma ci sembrava più che chiaro, ovvero casa, film e risacca, qualcosa si è risvegliato in noi. Così siamo corsi dall’altra parte della città a casa di Camila alla sua festa di inaugurazione del nuovo appartamento. Quasi tutti i suoi amici le avevano dato buca, così siamo corsi noi in aiuto a far festa. E anche sabato abbiamo fatto mattina, con conseguente sveglia alle sei di pomeriggio, questa volta. Che vergogna. Ma che bello poltrire sotto le coperte mentre fuori una sottile piggerellina ricopre come un manto la città. Una volta deciso di alzarsi, dopo una colazione/pranzo/merenda/cena a base di riso con sugo rosso, cosa che mi ricorda quando ero a casa malata e la mia mamma mi curava a forza di purè e riso, usciamo alla volta del cinema dove ci aspetta un documentario su un concerto a San Francisco negli anni settanta. Una specie di Woodstock in piccolo. Esattamente quel concerto in cui il nostro caro amato Jimi decise che era ora di bruciare la sua (e nostra) amata chitarra come finale della sua performance. Potevamo mancare all’appuntamento? Così al ritorno a casa, scendo in Plaça Espanya e cammino sotto la pioggia, con le mie ballerine nere, i piedi bagnati e Jimi nelle orecchie. Domani si comincia, e questa come conclusione, non è niente male.

giovedì 4 novembre 2010

CUARENTA Y NUEVE

Finalmente oggi mi sono decisa ad andare all’università. Temevo questo momento. Avevo paura che mi piacesse troppo. E invece, l’opposto. Il corso di lingue e letterature moderne è completamente diverso da quello in Statale a Milano che, ad essere sincera, mi piace molto di più. Chissà forse perché è a casa, o forse perché non sono ancora pronta ad immaginarmi qui per così tanto tempo. Comunque ho preso tutta la documentazione e al momento opportuno la sfodererò per confrontarla. Tappa successiva del giorno è stato un caffè con i Boratto in Plaça Catalunya per salutarli e all’una e mezza cominciò il mio viaggio verso Badalona, al secondo colloquio di lavoro. Mi accorgo del viaggio infinito che sarei costretta a fare quando guardando l’orologio mi accorgo che sono in metro da quarantacinque minuti e non sono ancora arrivata. Temevo di arrivare in ritardo, ma entrando alla Decathlon e chiedendo di Julen, mi accorgo di essere in anticipo mentre il tizio è in clamoroso ritardo. Si presenta mezz’ora dopo, con una scusa poco credibile. -Ho fatto un incidente, dice, e ho dovuto fare la constatazione amichevole, scusami. L’intervista procede bene, con calma e il ragazzo fa di tutto per mettermi a mio agio. Alla fine mi sembra entusiasta di tutto, mentre io esco perplessa e spaventata dal viaggio che dovrei fare alle quattro del mattino nel caso m mettessero nel turno mattutino, che comincia alle sei. Corro a casa perché Nerea, che trovo seduta al bar sotto casa leggendo un giornale, si è dimenticata le chiavi di casa e mi ha aspettato tutto il pomeriggio. Una volta a casa decido di condividere le mie avventure con un pubblico più ambio e magari trovare la fortuna. Così apro il sito di Repubblica.it e comincio a scrivere il mio diario di viaggio, speranzosa che qualcuno lo legga e si ritrovi a chiamarmi per maggiori informazioni. Nel mentre, l’unica chiamata che ho ricevuto è quello di Que Pasta! con la voce del capo dall’altro lato che mi dice che sono stata presa e che comincio martedì. -Merda, penso, sono a fare la comparsa. Per darmi un tono, ma con molta molta gentilezza, gli dico che quel giorno e il successivo sono all’Università autonoma di Barcellona a girare un film, naturalmente senza specificare che la mia parte è secondaria, muta e con un compenso che non vale la fatica di prendere quel treno che parte da Plaça Catalunya alle cinque e un quarto del mattino. Però mi ha fatto tornare la voglia di faticare, d sudare per quel misero salario di fine mese con il quale potrò finalmente organizzare una cena decente a casa. Nel frattempo mi limito ai piccoli piaceri della cucina, dato che con la dispensa piena di cose buone ho ritrovato il piacere di mangiare bene, cucinandomi piatti con quel tocco artistico che ti venire un grande dispiacere nel distruggere quelle costruzioni architettoniche e ridurre tutto in poltiglia. Ma come dice la mamma, tutto va al culo. Parole sue, parole sante.

mercoledì 3 novembre 2010

CUARENTA Y OCHO

Il lunedì mattina è sempre un dramma. Specialmente se è festivo perché ha la capacità di scombussolare tutta la settiman in quanto il martedì mattina ti svegli pensando che sia lunedì, e slitta tutto. E il mio lunedì mattina, festivo, è stato piuttosto tranquillo proprio per questo. Forse anche per la partenza dei miei che ci ha bloccato la giornata, permettendoci solo una passeggiatina nel parco dietro casa mia e qualche foto. Ma alle quattro scatta l’ora ics (divertente scriverlo così..). Prendo la metro di fretta, cambio, scendo e mi incammino per la Rambla. Alla seconda giro a sinistra e me lo trovo di fronte. Eccolo piccolino e intimo, con quel nome italiano spagnolizzato che lo rende tanto buffo. Sono in anticipo, ancora dopo così tanto tempo non ho ancora bene capito il rapporto distanza/tempo. O forse oggi sono solo ansiosa e ho paura di arrivare tardi al primo colloquio di lavoro. Chiacchiero con il capo, un ragazzo straniero anche lui che non si scandalizza per niente del mio spagnolo azzardato, anzi completa con gentilezza le mie frasi, sorridendo quando lo ringrazio. In conclusione, un lavoro remunerato poco, ma che mi lascia il tempo per studiare tranquillamente. E poi ora mi sono liberata di tutte le frivolezze, sono più semplice ed essenziale, non necessito molto per vivere. E non è solo una questione di accontentarsi, perché la mia vita mi piace tutta e più del dovuto. Forse mi piace anche troppo. Sono felice. Soprattutto quando nel momento meno atteso di tutti, accade qualche cosa di speciale che ti fa sentire fortunato. Stavo aspettando ad un semaforo il verde, quando dall’altra parte della strada vedo un vecchio con un cane, uno di quelli brutti ma buoni, con i peli del muso che cominciano a sbiancarsi e un’espressione dolce e goffa allo stesso tempo.. Il vecchio sta cercando qualche cosa in un borsello, quando gli cade il guinzaglio. Senza esitazione il cane lo guarda con comprensione e pazienza, abbassa il muso raccoglie il guinzaglio con i denti e lo porge al vecchio che, con gratitudine lo prende e lo accarezza dolcemente sul muso. C’era una bella storia tra quei due, una storia che non si può raccontare. Qualcosa di grande e intimo, di segreto solo tra loro due. E nessuno ha il diritto di raccontare questa storia. Vedendo questo e guardando, ci si sente fortunati, perché ognuno ha una storia così, come quella che c’è tra quei due vecchi passeggiatori silenziosi. E dobbiamo tenercele strette queste storie, perché sono l’unica cosa a cui ci possiamo aggrappare. La sera la passo in compagnia dei ragazzi della mini rimpatriata di Calella a casa dei ragazzi tra musica e chiacchiere. E anche qui mi sento fortunata.

CUARENTA Y SIETE

Sento in lontananza un rumore molesto che inevitabilmente richiama la mia attenzione, obbligandomi, per pura curiosità, ad aprire gli occhi per vedere da quale oggetto misterioso proviene. Quando lo scopro, rimango delusa, oltre che incazzata. Davvero sei stato tu, oggetto ignobile e di poca utilità in questo mondo? Davvero questo suono fastidioso che mi entra in testa proviene da te, oh cellulare? Che delusione. Sarei stata felice di alzarmi dal letto se al mio risveglio avessi scoperto un unicorno giallo con zampe di cerbiatto con due casse da concerto professionali al posto delle orecchie da cui usciva il rumore. E invece no, un misero cellulare. Lo spengo, senza esitare un secondo di più. Mi rigiro nel letto con occhi socchiusi e mi stupisco della comodità del materasso di oggi. Non faccio nemmeno in tempo a riaddormentarmi che, allungando una gamba mettendomi più comoda, tocco qualcosa. È qualcosa di caldo, morbido e...vestito. Che diavolo potrà essere? L’unicorno, che oltre ad essere un mezzosangue sputamusica, indossa anche dei pantaloni e dorme nel mio letto? Delusione e sconforto mattutini per la seconda volta per Giulia. Olè! Quello che il mio piede urtò altro non era che il sedere di qualcuno. Sedere significa che sto dormendo con qualcuno, e il fatto che debba allungare una gamba per toccarlo significa che decisamente non sono nel mio letto. Perciò, dove diavolo solo? La pioggia cadeva forte sulla finestra, cosa che aumentava la tensione, come in un film. Quanto domande di prima mattina. Alzando con cautela la testa dal cuscino mi accorgo di stare dormendo con una ragazza. Capelli marroni sul cuscino e respiro pesante. La Luvi, grazie a dio è lei! E in quel momento realizzai. Casa di Raquel. Bene, sono al sicuro e per certo quello che ho fatto ieri, sebbene non lo ricordi, non è tanto imbarazzante da rinnegarlo in futuro, anche se andando in sala e vedendo una bottiglia di ron finita, mi sorge qualche dubbio che prontamente accantono. Causa pioggia spostiamo l’appuntamento con i miei e decidiamo di andare a vedere un museo, precisamente quello di Picasso al Ribera. Arrivate, io e mamma perché papà decide di andare a vedere un museo della storia della città (e quando papà vuole andare a vedere un museo, fidatevi, è meglio lasciarlo solo, perché se la prende con calma. Come alla fine è giusto che sia), troviamo facilmente l’ingresso. Oggi è gratis, favoloso! Dobbiamo solo fare la coda. Prefetto, pensiamo, meglio di così! Usciamo, cerchiamo la fine della coda, e dopo qualche minuto camminando a lato della gente che aspettava ci rendiamo conto che questa fila non ha fine. Abbandoniamo l’impresa e ci facciamo un giretto per i vicoli del quartiere, che è diventato il mio preferito. Nel frattempo, il telefono suona all’impazzata, due lavori nel giro di qualche ora. Colloquio lunedì e martedì. Per farla breve, la giornata di conclude con cena al ristorantino di ieri, con delusione annessa. Ieri avevamo troppa fame e non ci siamo dati conto del menu, che la seconda volta ci ha lasciati a papille gustative insoddisfatte. Ma sicuro che tornerò, con il mio uomo magari, dato che negli ultimi giorni l’ho un pochino trascurato. Ma tranquillo A., recupereremo tutto il tempo perso. E anche di più.

martedì 2 novembre 2010

CUARENTA Y SEIS


Dopo la sveglia, una doccia e il citofono che suona, finalmente rivedo i miei vestiti. Sono ammassati dentro uno zaino da trekking che deovrà pesare si e no sette chili, ma ci sono tutti, dagli stivali alla giacca invernale alle felpe per andare a correre e una quantità industriale di calze pesanti. Trovo anche le cuffie per l’iPod, una manna dal cielo dato che è quasi un mese che vivo senza, cosa che stava risultando fatale per la mia salute mentale. Li porto al bar sotto casa ad assaggiare il cappuccino buono buono. Le mie papille gustative impazziscono al primo sorso di schiuma, ignare della sorpresa delle sorprese che arriva pochi minuti dopo: una spesa da settantacinque euro. Contando che stiamo parlando del Mercadona, con questa cifra ci camperò un mese. Così ora posso sfoggiare anche io un frigo pieno di cibo sano senza guardare con invidia i ripiani delle mio coinquiline pieni di tapper con buon cibo cucinato dalle mamme nei fine settimana. Dopo esserci scervellati cercando un posto per riporre tutta la dispensa, troviamo il mobiletto in sala, singolare ubicazione per del cibo, ma oramai questa sta diventando la casa dove il surrealismo compierà un nuovo passo in avanti. Come attaccapanni abbiamo de chiodi e come blocca finestra una sedia. Programma della giornata: Palau de la Musica. Peccato che con tutto questo movimento ci viene fame (strano, in questo periodo non mangio quasi niente!!!) così prenotiamo la visita delle tre e mezza e andiamo a cercare un posto dove si possa mangiare qualche cosa al volo. Unico che ci si presenta appetibile è Texapela, la taperia basca, o euskadi, sul Passaig de Gracia. Così con venti euro in tre ci riempiamo di birra, sidro e tapas a più non posso. Tre stelline a questo posto. Ridendo e scherzando si fanno le tre e ci tocca dirigerci verso il palazzo della musica per a guida. La storia del palazzo è controversa e complicata, nonché troppo lunga da raccontare. Sta di fatto che uno dei più grandi architetti del ventesimo secolo, che con grande sorpresa non è Gaudì ma Lluis Domènech, fu incaricato da un gruppo corale catalano, l’Orfeò Català, di buttare giù una chiesa nel centro della città per costruire il palazzo che diventerà il loro teatro personale. Gli spazi ristretti a causa delle case addossate al palazzo e la mancanza di luce, hanno ispirato il genio dell’architetto, facendogli progettare grand vetrate e un soffitto strategico la cui maggior parte è costituita da una vetrata a forma di goccia. Il tutto non è solo per una questione estetica, ma anche acustica. Infatti in qualsiasi dei numerosissimi posti a sedere (più di mille) l’acustica è esattamente la stessa. Usciamo incantati dalla visita guidata e ci separiamo. Loro vanno a farsi un giro nel gotico e a cercare di visitare la cattedrale mentre io cerco disperatamente quel negozio di borse che Camilla mi ha segnalato sulla Laietana, tentativo fallito miseramente per la terza volta. Amen., ci rinuncio. Prossima tappa, l’università per informarmi sulla facoltà di filologia, per vedere se lingue e lettere moderne è uguale che in Statale a Milano. Fallisce anche questo tentativo, così mi ritiro a casa a riposarmi. La sera arriva in un batter d’occhio e la ricerca di un ristorante si fa difficoltosa dopo aver scoperto che il ristorante al Raval che avevo trovato in internet in realtà non esiste. Così ci spostiamo al Gotico, questione di attraversamento della Rambla, e incappiamo per caso in un ristorantino in un vicolo isolato. Le facce soddisfatte dei clienti mentre osservano sbavando il loro pollo fritto, sembrano suggerire di aspettare qualche minuto per conseguire un tavolo. La fame, intanto, diventa colossale. Così appena arriva il nostro pollo con ratatuille e l’asado per papà ci buttiamo a capofitto e lo finiamo in tra minuti. Come dolce ci buttiamo su una crema catalana buona, ma non una delle migliori. Allo scattare della mezzanotte fuggo via verso casa di Raquel per un appuntamento molto speciale: mini festino tra donne, il tutto rigorosamente in spagnolo. Alla fine decido di fermarmi li a dormire, troppo tardi, troppo freddo per tornare dall’altra parte della città!

lunedì 1 novembre 2010

CUARENTE Y CINCO

E dopo quarantacinque giorni di lontananza, finalmente oggi rivedo i miei. Prima però un piccolo salutino a chi mi ha ospitato per la prima settimana. Così mi presento giusta per il caffè a casa di Raquel. Suono il citofono e percorro l’atrio d’ingresso fino all’ascensore. Arrivata al quarto piano l’ascensore si ferma le porte si aprono e sul pianerottolo c’è la Luvi che mi aspetta e che, naturalmente, mi salta addosso. Cominciamo a gridare come due galline in calore senza darci conto delle persone che erano in casa né tantomeno dei vicini. Tra caffè e chiacchiere il pomeriggio vola mentre si avvicina l’ora dell’appuntamento. Naturalmente l’aereo è in ritardo, così slitta tutto di qualche mezz’ora. Rivederli è stato bello e ammetto che un pochino (poco però, eh) mi sono mancati. Arrivata all’albergo, prenotato strategicamente dietro casa mia, entro con prepotenza e decisione, mi precipito alla reception e, pur sapendolo già, chiedo il numero della stanza più per sembrare una persona normale che per effettiva necessità. Salgo all’ultimo piano cerco la stanza seicento uno e busso. Mi apre la mamma e mi salta addosso anche lei. Saluto papà e mi fiondo sui miei vestiti. Tra la confusione dei loro bagagli sento richiamare la mia attenzione da una bora in particolare, che pochi secondi dopo averla aperta si rivela il paese dei balocchi: il mio libro di Zafon, ancora da finire, e uno nuovo di Ammaniti, Io e te. Ma non finisce qui. Scavando a fondo della borsa becco un pacchettino dorato. Già sapevo cosa conteneva, la piccola rondine. Grazie nonna, è bellissima. Barcellona by night ci chiama così usciamo diretti verso un ristorante nel Mercato di Santa Caterina. Il posto è moderno e pieno di gente, ma la fame viene genialmente smorzata da un buon bicchiere di vino mentre attendiamo il nostro turno. La sala senza pareti , la cena condivisa con famiglie tedesche grazie alle tavolate in comune e una grande parete con dispensa a vista, rendono questo ristorante “di casa”, anche se il lato chic del servizio sottolinea il suo carattere turistico. Il pesce però non è niente male. Finito di cenare, per digerire ci incamminiamo nel gotico, appena dall’altro lato della strada, per fare una passeggiata. La stanchezza però ci assale, e alla prima fermata della metro torniamo a casa. Appuntamento la mattina seguente, per una colazione al bar. Un cappuccino decente, una pacchia per il mio palato.

sabato 30 ottobre 2010

CUARENTA Y CUATRO

Da qualche giorno ho smesso di scrivere dato che la cosa più emozionante che mi è successa è stato il tentativo (non senza successo)attuato dal pachi sotto casa di vendermi una pizza INFIERNO, a detta sua buonissima. In realtà, poche pizze mangiate in tutta la mia vita facevano schifo come quella. Forse ho smesso anche perché, fino a ieri, la routine del nulla mi stava uccidendo. Poi è arrivato il giorno della svolta. Negli ultimo giorni la sveglia si suonava alle nove, ma l’orario del mio reale risveglio, con distruzione annessa del microclima creato durante la notte sotto il mio piumone, risaliva più o meno alle undici. Ieri invece ho deciso che alle nove suonava e massimo alle nove e cinque dovevo essere in doccia. Calze nere e ballerine. Il parco del Montjuic alle dieci del mattino, con vista sulla città che si risveglia è impagabile. Credo che quel parco sia diventato uno dei miei posti preferiti. Così mi siedo e aspetto sulle gradinate di una copia del primo teatro greco di Atene. E qui comincia la nostra giornata singolare. La coda al museo ci sembrava infinita, ma il tempo non mancava e la voglia di vedere quella mostra era troppo forte. La rincorriamo da due mesi. Ci mettiamo in fila e aspettiamo. Però che strano, avanzano tutti e noi rimaniamo fermi dietro questo gruppo di ragazzi. Vuoi vedere che questi non sono in fila? Nostro malgrado, quando stiamo assieme, diventiamo più cretini e imbecilli di quanto non lo siamo presi singolarmente. Quindi, dopo aver identificato la fine effettiva della coda, ricominciamo ad aspettare. Era pieno di classi in gita, scolaresche e studenti universitari. Improvvisamente vengo trascinata nei ricordi delle gite con l’Agnesi: Barcellona due anni fa e Berlino quest’anno. La malinconia mi assale. In fin dei conti, litigi, incomprensioni e amicizie spezzate, sono stati dei momenti molto intensi, nel bene e nel male, con tutta quella banda di squinternati dei miei compagni. Incontrarli tutte le mattine, nello stesso posto, con le stesse parole era uno dei pochi appuntamenti fissi a cui non si poteva mancare. E nonostante tutto, mi dava una certa sicurezza. Mi risveglio dal mio tuffo onirico nel passato alla cassa e qui veniamo ripagati di tutto il tempo d’attesa: maxi sconto, due per uno. L’esposizione temporanea era un insieme di video e installazioni di un’artista, Pipiloti Rist. Era una mostra abbastanza fuori dal comune: proiezioni di frasi (come: il tuo sudore fa buon odore) su teli quasi trasparenti attraverso i quali si poteva passare e sconvolgere le geometrie delle parole, video rivelatori da gustare sdraiati per terra o impossibili giochi di equilibrio tra piume e sfere di ferro. Ogni video aveva uno morale di fondo e l’obbiettivo di trasmettere sensazioni, come la violenza della natura o la potenza della gravità. Preziosa e rilassante. Ma adesso arriva il bello. Usciti dalla mostra, intravediamo delle scale che portano al piano superiore. Furtivamente, ma senza dare nell’occhio, ci avviciniamo fino a imboccarle a tutta velocità. E ci ritroviamo nell’altra mostra, quella permanente. Il nostro obbiettivo era quello di raggiungere la terrazza esterna da dove si vede tutta, e dico tutta, la città. Con indifferenza ci mischiamo agli altri visitatori, disinteressandoci completamente delle opere di Mirò e compagnia bella. La nostra attenzione era completamente focalizzata nella ricerca di una portafinestra che ci potesse condurre fuori. Una volta identificata, senza parlare (perché è essenziale non rivolgersi parola in situazioni come queste) ci avviciniamo. E proprio mentre il nostro sogno si stava realizzando, si materializza nel nostro campo visivo una maschera del museo, apparsa misteriosamente dal nulla o ben mimetizzata tra la folla. - Biglietti, prego? A questo punto chiunque si ritrova di fronte ad un bivio, ad una scelta di cruciale importanza: strada eroica o conformata? La prima comporta una fuga a gambe levate alla Prova a prendermi in direzione della terrazza, sfondamento della porta di vetro con la spalla sinistra, capriola sul terreno e sul finale la comparsa sulla scena di due mossos che ti ammanettano mentre osservi Barcellona con completa soddisfazione. La seconda, vivamente consigliata, comprende una scusa qualsiasi per giustificare la tua presenza in un posto in cui non dovresti essere, uno sguardo atterrito alla porta che poteva portarti alla gloria e un’uscita di scena a testa bassa. Ed è a testa bassa che siamo usciti dalla Fundaciò Joan Mirò. Il pomeriggio tranquillo e la sera..ah, la sera. Come al solito il senso di impotenza mi assale ma decido di non soccombere e di lottare. Così mi metto in contatto con l’altro pessimista cronico come me, il Muli, che mi ascolta, mi comprende e in fine mi risolleva. La decisione è quella di sbronzarsi per dimenticare. Prendo la metro di fretta e furia e corro fino a casa loro. Qui mi aspettano vino rosso, rosato, birra a volontà e naturalmente la loro compagnia. La serata comincia bene e prosegue tranquilla nel disperato tentativo di far uscire la Luvi (signori e signore, Ludovia Beatriz Boratto, è qui!) e la Raqui, miseramente fallito. Così decidiamo di uscire, andare a ballare, fare qualche cosa. Naturalmente prima facciamo cadere posa ceneri, rovesciamo lattine di birra e andiamo a fumare sul cornicione della finestra. Chiamiamo un taxi e usciamo. Razzmatazz, fermata Razzmatazz. Sedici euro di taxi pagati dal portafoglio di Muli che si sentiva generoso. Ingresso al Razz, prima volta per me, che emozione! In realtà si dimostra una fuffa. Altro che mille sale con musica diversa, era aperto solo un patio con vista sulla città, con poca gente e consumazioni con poco alcol. Ecco quest’ultimo particolare lo noto solo io, dato che Amar e Muli hanno finito la serata sdraiati su un divanetto, mentre io cercavo di rianimarli. Ma non c’era nulla da fare, non si svegliavano, oppure una volta svegliato uno, non mi lasciava nemmeno il tempo di svegliare l’altro, che già cadeva addormentato in un sonno più profondo di prima. Al finale, un buttafuori che osservava silvenzioso la situazione ha avuto il buon cuore di correre in mio soccorso. -Tutto bene? I tuoi amici non possono restare qui -Sto cercando di svegliarli per uscire da mezz’ora! Li scusi.. -Ti do una mano io, posso? Nemmeno il tempo di dargli una risposta, e questo prende di forza il Muli per un braccio e con l’altra mano sveglia Amar. Mai vista una persona svegliare due ragazzi ubriachi con tanta forza. In un secondo siamo fuori, me li carico sulle spalle (metaforicamente parlando, non sono ancora così forte) e ci avviamo verso un taxi. -Carrer Badal, sesenta y uno, gli dico mentre mi siedo davanti per lasciare la possibilità ai tue ubriacone seduti dietro, nel caso, di vomitare giù dal finestrino. Disgraziatamente il tassista non sa la strada, quindi ci troviamo costretti a scendere in una strada a me completamente sconosciuta e a prima vista non molto sicura. Grazie a Dio, Amar nel frattempo si riprende e riesce a guidarci, biascicando e camminando a zig zag, fino a casa mentre il Muli praticava liberamente il Mulinismo in mezzo alla strada, mentre cercavo di distrarlo dallo staccare degli adesivi a forma di farfalla da un motorino abbandonato. Arriviamo a casa, finalmente. Mi tolgo il cappotto, getto in doccia i ragazzi (che alla fine si docciano con acqua fredda, l’inconveniente di fare la doccia contemporaneamente) e metto l’acqua sul fuoco. Tortellini al sugo, schifosi in qualsiasi occasione, ma la nostra salvezza in questo caso. Alle cinque e mezza si va a dormire, felici perché è stata una serata epica e anormale. Ogni tanto ce lo possiamo permettere. Si, ogni tanto però.

CUARENTA Y UNO

Il mare è sempre una fonte d’ispirazione. Per chiunque, credo. E questa mattina era una di quelle mattine che necessitano ispirazione, il cielo azzurro non bastava. Ai bambini basta poco per divertirsi, loro hanno la capacità di reinventarsi e cambiare. Non sono statici e monotoni come quando si cresce, sanno evolversi. E soprattutto arrampicarsi su liane intrecciate. Li avrò fissati per venti minuti, sembravano tante piccole scimmiette sguinzagliate in completa libertà. Mai una caduta o un passo falso. Sapevano esattamente dove mettere i piedi e come muoversi. Io mi sono accontentata della sdraio, del mio libro e del sole caldo. Niente peripezie per me, grazie.

Il pomeriggio l’ho passato passeggiando per le strade del mio barrio cercando esattamente non so cosa, ma sono certa che qualcosa stavo cercando. Questa è stata la mia giornata.

lunedì 25 ottobre 2010

CUARENTA

Quanto diavolo è odioso essere svegliati dal cane del vicino di sopra che soffre di attacchi di panico e convulsioni e corre e abbaia all’infinito ogni volta che viene lasciato solo anche solo per andare a comprare il pane? Ma è ancora più odioso svegliarsi, guardare l’orologio e scoprire che mancavano ancora quei fatidici cinque minuti di sonno. Si perché gli ultimi cinque minuti valgono una notte intera di sonno, se te li passi male, sei finito. Il tempo rubato si trasforma in un senso di malessere generale che ti rimane sullo stomaco tutto il giorno. Invece quando sono uscita di casa la gente mi guardava. Non come incroci lo sguardo di un tizio che cammina in senso contrario al tuo sul marciapiede . Mi guardavano con talmente tanta violenza che per un momento ho pensato di avere qualche cosa in faccia. Così, con passo felpato e disinvolto, mi sono avvicinata ad una vetrina e con mia grande meraviglia ho scoperto il motivo di tutto. Oggi era una giornata intensa: sole caldo immerso in un blu carico e scintillante, vento forte e freddo come quello del nord, che mi ricordava le giornate di sci con papà a San Candido, e io ridevo. Uno di quei sorrisi tranquilli, nulla di speciale. Ma sentivo che mi era tornata la grinta e la carica che avevo perso da qualche giorno sotto il peso di una grande stanchezza fisica e mentale. Sarà che questo fine settimana rivedo i miei, riavrò i miei vestiti, mangerò cibo di un ristorante e mi farà una doccia di mezz’ora in albergo. Sarà che non mi preoccupa il naso che mi cola, perché sto annusando aria d’autunno, quella talmente tanto rarefatta da far male nel naso. Non so cosa sia ma oggi ero felice e ho scelto di esserlo per un po’.

Bene, il primo appuntamento di oggi è stato alla OTG (oficina de traball general) dietro casa mia, con tanto di coda, numerino e brutte notizie. Non è l’oficina giusta. Non scoraggiamoci, cazzo. Devo solo prendere una metro, cambiare per la rossa e scendere ad Arc de Triumf. Nulla di che dai, devo solo andare dall’altra parte della città. Scale mobili e lavori in corso. Incredibile, non c’è lavoro per nessuno, la Spagna è in crisi, ma per strada è pieno di cantieri. L’OTG a cui devo rivolgermi (spostata dall’altrapartedelmondo a causa dei lavori in corso nella strada della vecchia sede)è in un parco splendido, con gente che fa tai chi e ragazzi che leggono sdraiati nell’erba. Altra fil, altro ticket, altra attesa. Merda, non ho il libro. Così comincio il mio gioco preferito: guardare la gente e immaginarmi le loro vite. Dalle mie fantasie mentali vengono fuori storie talmente complicate che potrei davvero scriverci delle sceneggiature. Arriva il mio turno, la signoria del banco parla solo catalano. Quando mi deciderò ad andare al corso? Ci arrangiamo. Ma non è possibile, ad un servizio pubblico sfruttato per la maggior parte da stranieri ci mettono a lavorare una catalana D.O.C. Mi iscrivo con poche speranze che possano aiutarmi. Così esco da quel covo catalano emi trovo catapultata in un’altra città. Angoli remoti e sconosciuti sono strade di Brooklyn con palazzoni in mattoni rossi, asfalto nero pece e semafori appesi nel vuoto. Nei parchi si vola a Parigi, con mamme con passeggini e romantiche foglie autunnali cadute sul terreno sterrato. Il centro con i suoi palazzi stile vittoriano con finestre che riflettono il cielo, strade ricolme di taxi e gentleman in gessato con hamburger del McDonald’s in mano è tutta Oxford Street di Londra. Queste tre sono le mie preferite, e ne ho trovata una che le racchiude assieme. Non che a Barcellona manchi personalità. Le sue chiese gotiche e grottesche, i suoi vicoli bui e ambigui, le colline e il mare a due passi sono tutti segni speciali di questa città. Ma possiede l’anima e il pensiero si NY, Paris e London. La perfezione. Il pomeriggio sono andata all’ Istituto Italià a vedermi un film di Salvatores, SUD con Silvio Orlando, Claudia Neri e Claudio Bisio. Così ho scoperto anche una biblioteca italiana e una sessione di film gratuiti. Domani danno Il Decameron di Pasolini, vediamo se riesco ad andarci. Vi ricordate il casting fatto uno dei primi giorni che ero qui, quello in cui ero terrorizzata dall’idea di dover parlare? Bene, ci hanno preso! A tutti tranne che ad A. Effettivamente l’hanno preso, nel senso che hanno chiamato il suo amico credendo di convocare lui. E rimarranno delusi vedendosi arrivare Raul al posto suo. Peggio per loro. Così il 9 e il 10 novembre dalle sei del mattino alle cinque di pomeriggio sono convocata come comparsa all’Università Autonoma di Barcellona per la modica cifra di sessanta euro al giorno. Meglio che niente. Sono tante confezioni di latte, o tante scatole di cereali o pacchi di pasta. Agli sfizi nemmeno ci penso. Quelli oramai sono stati superati, a malincuore, ma superati. Ora vado in doccia sperando di far evaporare il raffreddore con una full immersion di aereosol fatto in casa. Etciù!

TRENTA Y OCHO

Naturalmente alla mostra di Pipiloti non ci siamo andati. Oramai ho capito come funziona: quando esterni i tuoi progetti, c’è una forza magica che compatte contro la tua forza di volontà e fa di tutto per sconvolgerti i piani. Però, almeno abbiamo rimandato Pipiloti per un buon motivo. Infatti alle sei di sera suona il citofono. Sono arrivati, meno male. Li vedo salire le scale e inconsciamente provo piacere vedendo la proprietaria dell’appartamento faticare sotto il peso della sua enorme Vuitton mentre sale quelle maledette scale. La segue un peruviano super basso con tanto di block notes e matita. Guarda persiane, parete e finestra del bagno, ci mette un secondo. Prende misure, calcola i prezzo freneticamente e se ne va farfugliando sottovoce qualche parola che non capisco. Tutto qui? Davvero abbiamo chiamato i proprietari due/ tre volte al giorno per un mese per farci mettere a posto il tutto e questo è il risultato? Cinque minuti di visita, grazie e arrivederci? Non era poi tanto complicato come ci hanno fatto credere quei due. Ora non ci manca altro che aspettare un altro mese per avere la casa tutta a posto.

Così, dopo aver lavorato un poco al mio Chuck, ho ottenuto il mio riscatto. Chic and shock, recitava il nome dell’evento. Pareva uno di quei party esclusivi milanesi, dove puoi entrare solo se sei “del giro”, omosessuale, amico di amici o figlio di un padre importante. Insomma, quello che non fa molto a caso mio. Ma decido di andarci, il motto dell’ultimo periodo (-Tanto non ho niente da fare.) oramai l’avete imparato. Mi aspettavo un attico mega galattico completo di vista notturna su Barcellona. Ma non era nulla di tutto questo. In poche parole Meli mi ha imbucato alla festa di benvenuto di una sua compagna di corso francese. Cosa che in Italia parrebbe scortese mentre qui è la perfetta normalità. Ma come potevo supporre la casa delle francesi è sporca, disordinata e piena di gente proveniente da ogni parte del mondo. Ne Meli, ne tantomeno io, avevamo preso di parola il nome dell’invito. Così ci siamo vestite normalmente, come un sabato qualunque. Ma avvicinandoci al salone ci accorgiamo che è pieno di gente vestita elegante di sopra e scoordinata di sotto. Come un ragazzo francese in giacca e cravatta e in pantaloni del pigiama. Oppure una ragazza italiana in maglione e pantaloni del fidanzato stile rapper. E ancora: un ragazzo in camicia, jeans e scarpe con il tacco. A differenza di quello che mi aspettavo, Manu, la ragazza francese, è simpaticissima e gentile come tutti quelli che mi circondano. Gente del Portogallo, Polonia, Germania, Spagna, Italia e tanta tanta Francia. Mi piacciono queste serate multiculturali. Ma soprattutto mi piace la sangria fatta in un catino per lavare i panni (spero pulito) con tanto di mestolo per versarla nei classici bicchieri da festa di plastica con nome in indelebile scritto sopra. E poi mi piacciono le tartine di queste feste, le insalate di riso, il vino degli invitati. Insomma tutto. Dopo ore di chiacchiere in ogni lingua del mondo non so più che lingua parlo se tedesco, portoghese/spagnolo, inglese o italiano. E con la mia confusione in testa, alimentata forse anche dalla sangria, e dopo una lunga chiacchierata con gli italiani in mezzo alla strada alle due di notte, ce ne torniamo a casa a riposare. Domani ci aspetta un altro giorno di giri, gente e cose da fare.

sabato 23 ottobre 2010

TRENTA Y SIETE


Niente. Non riesco a stare al passo. Un po per pigrizia e un po per mancanza di tempo (e di cose da raccontare, anche). Quindi riassumo i giorni di giovedì e venerdì. Vediamo, giovedì è stat una giornata regolare dato che non mi ricordo assolutamente quello che ho fatto. Quindi suppongo che fosse nella norma più assoluta. E sapere già quale è la routine dei miei giorni “normali”. La sera invece me la ricordo bene dato che l’ha passata interamente a cercare di capire i doppi sensi di un comico-musicista e del suo spettacolo. Trovare la Taverna Del Minotauro è stato difficile dato che da fuori è una bettola in completo stile carrugio genovese, sporca e dalla clientela poco raccomandabile. Sulla destra però vediamo delle scale, spinti dalla curiosità le scendiamo e ci troviamo in una vera taverna con tanto di soffitto con archi in mattoni, calcetti, un palco e la birra più cara della storia. Inizia lo spettacolo, tutti ridono. Io arrivo tardi ad ogni battuta e mi ritrovo a ridere fuori tempo. Ma la musica è talmente buona che questo Dr. Fargo ha anche un gruppo di suoi fan (uno, per la precisione) che conoscono a memoria tutte le canzoni e lo fissano con devota ammirazione. Finito il concerto-cabaret A. propone una sfida a calcetto. - Un gioco da ragazzi - penso. E invece mi ricredo. Sarà che qui gli omini dei calcetti sono in ferro, quindi pesantissimi, sarà stata la birra o non lo so, ma vince spudoratamente. Aspetto solo di trovare un calcetto giusto, e poi vendicherò il mio onore di giocatrice nazionale di calcio balilla, caro A. Quando usciamo comincia la lunga camminata e la estenuante ricerca di una fermata dell’autobus notturno che ci riporti a casa. Così camminiamo fino alla Sagrada Familia e qui la incontriamo per caso. Un viaggio infinito per tutti i quartieri di Barcellona ci attendeva. Ma stiamo cominciando ad apprezzarli questi viaggetti, perché alla fine di tutte le curve, le frenate moleste e la gente improbabile che sale c’è il piumone. Così mi addormento nel mio comodo materasso con quelle comode molle che mi vogliono talmente bene che per starmi il più vicino possibile cercano di conficcarsi ogni notte nel mio costato. Ma che ci vuoi fare, sono fatte così le molle dei materassi. Ad ognuno il suo.

Venerdì mattina giro di c.v. per la Rambla, libreria di cinema, e filmoteca. Quest’ultimo in particolare è stato un posto interessante. Una vera e propria biblioteca, con corridoi senza uscita in cui l’odore dei libri ti invade le narici e ci mette un giorno ad andarsene. Il sole era talmente caldo che ho pensato di andarmene al mare a leggere il mio nuovo libro di Robert Cook, intencion criminal . Invece torno a casa, mangio e mi guardo il primo film scaricato da internet. Ce l’ho fatta, dopo anni passati in rete a cercare di possedere con orgoglio un film scaricato illegalmente da internet, ieri ci sono riuscita. È tanto gratificante come parlare quasi fluidamente spagnolo con spagnoli e sapere che ogni parola l’ho appresa da sola, senza aiuto di nessuno. Ogni singola parola è frutto del mio impegno. Questo si che è orgoglio di se stessi. Tornando al film, Burn after reading dei fratelli Coen, merita parecchio. Grazie, ogni pellicola dei Coen merita. Sarà stata la soddisfazione che me l’ha fatta apprezzare così tanto forse. Un poco di spesa, dato che il mio frigo piangeva e poi via fuori a conoscere nuova gente. Mi porto dietro la Nere che altrimenti sarebbe stata a casa sola. Arriviamo a casa della Meli e mi accorgo che siamo tutte italiane. Ma non è un problema, parliamo spagnolo o quando parliamo italiano traduciamo anche per lei. Ci raccontiamo le nostre storie (rimangono affascinate dalla mia, che in fondo non ha nulla di speciale) e io rimango affascinata dalle loro. Specialmente da quella di Diletta che partirà verso l’ignoto e andrà a fare volontariato in Africa l’anno prossimo. Dopodiché usciamo. Meta: la Barceloneta. La zona non è delle migliori ma ci sono molti ragazzi in giro. Così imbocchiamo una stradina verso l’interno del quartiere e troviamo il Filespinado, un localino gestito da italiano che sono qui da talmente tanto tempo che hanno perso l’accento. Sangria? Si, sangria. Ma non una, bensì due. Chiacchiere internazionali con tanto di paragoni e imitazioni delle varie classi sociali italiane e spagnole. Scopriamo anche che Nerea è UGUALE alla Hepburn. Così quando ci alziamo, le due sangrie volano alla testa e siamo tutte più felici. La serata si conclude con un altro di quei stramaledetti viaggi in autobus. La serata è stata bella, mi sono sentita a casa. È strano, quando più mi sentivo sola, fragile e vulnerabile, senza nessuno che potesse tirarmi su, si sono presentate loro che mi hanno rivitalizzato. Più si scappa dall’Italia più gli italiani ci fanno sentire a casa. E adesso con il profumino di pesce che proviene dalla cucina del cuoco che vive sotto casa vado a mangiare qualcosa, altrimenti svengo, fingendo che ciò che mangio sia un branzino della mamma. Oggi pomeriggio dovremmo (uso il condizionale, perché ogni volta che anticipo qui i progetti, qualcosa va storto) andare a vedere la mostra di Pipiloti alla Fundaciò Juan Mirò al Montjuic. È quasi un mese che tentiamo di andare, speriamo in bene per oggi.

Ora però l’odore di pesce ha invaso tutta casa. È vomitevole, cazzo.

giovedì 21 ottobre 2010

TRENTA Y CUATRO


Stanotte freddo e luce perennemente puntata negli occhi, ma il risveglio non ha avuto prezzo. Ero troppo di fretta quindi niente colazione, ed è per questo che quando sono arrivata a casa mi sarei mangiata un bue intero. Senza cucinarlo. Il pomeriggio l’ho passato facendomi i fatti miei a casa. Biografie di Pasolini, Hitchcock e Bukowski. Filmografia dei Coen e di Spielberg. Mi sto accorgendo di quanto sia divertente vivere con Marta e Nerea, soprattutto per il fattore lingua. Loro mi chiedono una cosa, io capisco altro e rispondo mostrando il miglior spagnolo che possiedo. E quando realizzo quello che realmente mi hanno domandato è troppo tardi per rimediare e seguo dritta finendo il mio argomento. Loro oramai ci stanno facendo l’abitudine e mi lasciano parlare correggendomi con gentilezza e ascoltando quello che dico. Per le cose importanti ci capiamo senza problemi. La convivenza è tranquilla, ognuna si fa i fatti propri e ci lasciamo in pace quando siamo incazzate, ma la sera tutte sul mini divano a vedere la tele commentando come vecchiette pettegole tutto quello che succede. È bello. Non voglio andarmene. Alle sei e mezza c’è la riunione di buon vicinato e decido di andare a piedi, sempre per il fattore risparmio, cambiando strada però. Ho deciso di cambiare ogni volta strada, anche se la meta è la stessa. Primo per vedere quale mi risparmia fatica e tempo e secondo per vedere cose nuove. Per esempio oggi ho scoperto un parco stupendo dietro la stazione di Sants con fontane e scivoli giganti per i bambini. Vecchietti che passeggiano e coppie innamorate. Il solito. L’ajuntamento è sempre più imponente e terrificante. Un edificio gotico con vetri oscurati all’esterno così che sembri completamente abbandonato. In realtà ci sono mille attività. La riunione di “buon vicinato” ad esempio è una di queste. All’ora stabilita ci viene a prendere nel salone d’attesa una ragazza paffutella e incinta che con un gran sorrisone ci fa sentire meno immigrati. La mia faccia forse possiede i tratti tipici italiani senza che io ne sia consapevole, ma sta di fatto che riconosce subito la mia nazionalità. Gli altri provengono da ogni parte del mondo: un ragazzo turco con traduttore a seguito, due superbiondi svedesi in Erasmus, una quindicenne peruviana qui da sola senza lavoro ne famiglia (che tenerezza), un’argentina con nazionalità tedesca. E ancora una cilena sposata con un francese con tanto di doppio cognome, un equadoregno con faccia da rumeno, una coppia francese che parlava solo a voce bassissima e altre tre donne dalla nazionalità non meglio identificata. Il tempo trascorre tranquillamente tra domande frequenti e risposte cortesi. Vengo a sapere di un ufficio apposta per chi è senza lavoro, di corsi di catalano (voglio imparare anche quello) e castigliano gratuiti, di assistenza psicologica gratuita. Insomma meno male che ho fatto questa cosa. Farò tutto, dall’agenzia di collocamento allo psicologo. Frutterò al massimo tutto quello che mi possono offrire. Così torno a casa felice, consapevole che domani avrò qualche cosa da fare, finalmente. Dopo aver finito quasi tutte le riserve del mio frigorifero con tanto di tortilla, pomodori e carote, finisco di vedere la partita con Marta, facciamo scommesse su quanto ci metterà Dani ad arrivare qui per vedere una peli con Nerea, ritiriamo la roba stesa. Insomma tutto normale. Decido di andare a letto, troppo freddo e i miei occhi si stavano chiudendo del tutto. Così mi alzo, mi dirigo verso il bagno, apro al porta. Non faccio in tempo a realizzare ne le dimensioni ne l’entità di ciò che si stava muovendo nel suolo. Abbiamo un problema. Torno in sala, guardo Marta che dallo schifo dipinto sulla mia faccia capisce al volo. Il mostro schifoso con mille gambette magre si muove rapido nel bagno fino a rintanarsi nello stipite della porta. Dopo attimi di panico generale, di isterismi e di sudori freddi, l’illuminazione. La lacca. Lo immobilizziamo nello stipite, lo intossichiamo e poi lo tiriamo fuori e lo schiacciamo. Si certo come no. E invece facendoci forza, ce l’abbiamo fatta. Marta mi caricava come fanno gli allenatori dei pugili gasandomi dicendo che ero più forte di quello schifo, che ero temerario, che potevo farcela. Al finale abbiamo riempito scotch la finestra rotta del bagno da cui questi esseri ignobili e indegni entrano in casa nostra. E alla fine siamo andate a dormire con lo schifo addosso ma sentendoci forti come un pesticida. Domani chiamiamo la disinfestazione.

martedì 19 ottobre 2010

TRENTA Y TRES

La giornata di ieri è stat decisamente poco interessante. Ho comprato del muesli, del latte, succo di frutta. Ho fatto al tessea della biblioteca e le fotocopie dl curriculum. Colma di brivido vero?


Oggi invece comincia decisamente male (svegliata dal cellulare che suona) ma cambia poco dopo. Al telefono mi sveglia una voce di donna, chi diavolo sei?, che mi dice di presentarmi domani al comune per quel famoso meeting organizzato dall’ ajuntamento per i nuovi arrivati a Barcellona. Una sorta di corso di buon vicinato. Mi ha anche detto che c’è una sessione apposta per chi cerca lavoro, domani, ore diciotto e trenta. Speriamo. Mi rigiro, incazzata, nel mio piumone. Ancora cinque minuti, e poi anche se fosse mezz’ora, non ho niente da fare. Noente oggi non vogliono farmi dormire, altro messaggio. Melissa che mi chiede aiuto per camera sua. Oddio, penso, che è successo? Niente di grave, meno male, ma ho trovato qualche cosa da fare. Mi vesto con calma, mangio il muesli comprato ieri, ed esco. Metro, libro e vento che mi sposta le pagine. Fermata Poblesec, Carrer Viladomat, primero primo. La camera non ha nulla di bruciato, rotto o fuori posto. Solo necessitava l’approvazione per la nuova disposizione dei mobili. Decidiamo di uscire. Meta, la nostra preferita: dejar curriculum! Prima un salto alla Boqueria, quel piccolo angolo sudicio e gremito di ogni sorta di personaggio esistente in questo mondo. Costolette di maiale accanto a vassoi di bomboniere di cioccolato al latte. Di tutto e di più. Mosche e rifiuti gettati agli angoli delle strade. Cani randagi elemosinano scarti. La legge della sopravvivenza. Tento di mangiare qualcosa, ma oggi non è la mia giornata. Niente mi attira/ispira, quindi attendo il momento dello shining (che all’alba delle sette e mezza, non è ancora arrivato). Caffè con c.v. annesso, oramai è una tattica: indifferenza iniziale e al momento di pagare, taac, curriculum! Oramai ci capiamo, basta uno sguardo e ci muoviamo in contemporanea. È che siamo nella stessa situazione io e Meli, quindi ci comprendiamo e ci facciamo compagnia. Metodo infallibile comunque. Infallibile vi dico. Cambio meta, IKEA. Di nuovo, ma la amo. Che ci posso fare? Sta volta però non è per me. Giretto turistico attraverso cuscini, asciugamani, peluches per bambini e bicchieri. Troviamo di tutto e anche di meglio, e naturalmente....lasciamo il curriculum anche qui. Potrei chiamarlo Curriculum vitae, ogni vita ha un suo destino. Non chiedetemi cosa, è ancora tutto solo nella mia testa. Autobus al ritorno e camminata solita da Plaça Espanya al mio appartamento. Oramai è come un rito, una pausa di riflessione. Camminare mi ha sempre aiutato a pensare, non riesco a farlo quando sono ferma. C’è chi si sdraia, chi ci dorme sopra e chi cammina, corre, gira in macchina. Io appartengo alla seconda categoria. Di quelli che non riescono a non far nulla e anche se sembra che non stiano facendo nulla, nella loro mente si scatena un urgano di mondi e di cose da fare, creare, costruire. Peccato che di tutto quello che penso faccia un quarto, o anche meno. Dovrei darmi più credito e cominciare davvero a fare quello che penso. Si penso che comincerò da oggi. Non a sopravvalutarmi, ma a stimare sinceramente quello che penso. Stasera casa dei ragazzi tra chitarre e birra, alla Bukowski. Ci piace così.

Ora scusate, ma mi è venuta fame. È il mio momento.


lunedì 18 ottobre 2010

TRENTA Y UNO


Dopo il ritorno alle quattro di domenica niente sveglia, grazie. Mi sveglia comunque un messaggio di A. in cui mi avvisa che mezz’ora dopo comincia il festival a Sitges a cui vorremmo tanto andare. Il problema è che nessuno dei due si era reso davvero conto dell’orario. Così mi butto in doccia. Oggi posso concedermi un caffè. Ma è possibile che l’unico giorno in cui decido di potermi permettere un cappuccino, il mio favoloso bar sotto casa sia chiuso? È una congiura, ne sono certa. Alla fine riusciamo a prendere il treno e dopo un’oretta di viaggio siamo arrivati. Cartelli da ogni parte ci informano dove sono le varie sale di riproduzione e quali i film in programmazione. Così scegliamo il programma del Miramar e corriamo sotto il sole caldo dall’altra parte della cittadina. Oggi c’è profumo di inverno, quello che riconosci quando respirando il freddo ti entra nel naso e ci rimane per un po’. La corsa non è servita a nulla, perché qui non ci sono più posti, o meglio ce n’è uno, ma noi siamo in tre. Di tornare a casa a mani non se ne parla nemmeno, così prendiamo i biglietti e ci incamminiamo di nuove sulla strada da cui siamo venuti per un’altra maratona. Film uno: Red Night, produzione francese, regia giapponese. Peggiore di Hostel di Tarantino, e ho detto tutto. Buona la trama, adoro i film in cui non ci sono buoni, ma in cui ogni personaggio ha del malvagio in sé ma metà del film l’ho passata con la mano sugli occhi come le bambine, mi facevo tenerezza da sola, mentre Adri mi tirava gomitate mentre rideva sonoramente. Agli uomini questi film fanno decisamente un altro effetto. Film due: produzione di “nonlosoenonmiinteressa”, regia idem. Uno schifo, due ore di schifo e noia. Con samurai volanti e tigri che si trasformano in uomini. Almeno questo è quello che ho visto, ma forse stavo già dormendo. Film tre: Mama’s day, geniale quasi al livello di funny game. Quasi però, perché dall’analisi che ne abbiamo fatto dopo è saltato fuori un finale forzato e forse troppa commercializzazione. Dare al pubblico ciò che si aspetta no rende un film eccezionale, lo rende apprezzabile alla massa. Finita anche questa peli si fanno le undici e un quarto e mezz’ora dopo c’è l’autobus. Peccato che siamo una marea e il primo si riempie subito. Così attendiamo al gelo (oggi vado a comparami qualcosa di caldo) un altro quarto d’ora che si trasforma facilmente in venti minuti e mezz’ora. Stavo nel mezzo di una mia riflessione quando A. se ne esce con una delle sue perle: “chissà se vale il biglietto T-10 della metro”. La mia risata è sonora e prolungata. “Cha cazzata, penso io, però apprezzo l’ironia”. È sottile il suo cinismo e a detta sua tutti diventano un po’ imbecilli a stare con lui. Peggiorerò? Quando arriva il secondo autobus però mi ricredo. Cazzo, il T-10 vale davvero come biglietto. Umiliata e derisa a mia volta con lui che mi guardava soddisfatto mentre timbravo il biglietto. Gli unici posti che abbiamo trovato sono in fondo, come i liceali in gita, solo che a me tocca il posto centrale e dopo una sessione di film violenti e angoscianti stile Shining non è il massimo. Soprattutto se il pullman sta risalendo una montagna su una strada piena di dossi. Così rifugio il mio naso gelato nel maglione di A. provando a dormire. Quando riapro gli occhi sono in Plaça Espanya. Grazie, sono viva! Paseggiatina a piedi nella notte, Plaça de Sants, Numancia, casa. Quando torno trovo tutte qui ancora sveglia. Pizza surgelata davanti alla tele, dato che alla fine non ho mangiato nulla tutto il giorno, e nanna al caldo. Giuro che oggi vado a comprami qualcosa di caldo. Così non va affatto bene!

TRENTA



Che traguardo. Oggi facciamo un mese io e Barcellona. Un mese di luoghi sconosciuti e porte da aprire. Un mese difficile ma anche divertente e di crescita. Mi sento diversa, cambiata radicalmente. Meno illusa, più attenta e consapevole.

Ieri la meta è stata un concerto jazz, birra e un simpatico viaggetto in bicing. Riconosciamo quasi subito la biblioteca comunale dalla musica . Il concerto finisce abbastanza presto, così decidiamo di dirigerci verso il gotico. Non l’avessimo mai fatto. Prendiamo una bici del bicing, il sul sellino (mmm che comodo!) e cominciamo la traversata. All’Arc de Tromf ci fermiamo, molliamo la bici, non senza problemi di luci lampeggianti e sirene che suonano, e continuiamo la notte a zonzo, rimbalzando da un pub ad un altro, ficcando il naso dentro per ascoltare la musica e scegliere. È così oramai: la musica è la nostra colonna sonora, più importante dell’ossigeno. Vagando senza meta ci siamo imbattuti in un sudicio pub annebbiato dal fumo, dove anche i clienti sembravano usciti da un racconto noir, e per finire nel solito bar di torinesi. Il Nit bus alla fine ci ha portati a casa non senza risparmiarci un favoloso giro turistico di Barcellona di notte, dove l’anima delle città si risveglia. C’è sempre qualcuno in giro, a qualsiasi ora e in qualsiasi luogo. Qualcuno che cammina o passeggia con il cane. Questa città non si ferma, il suo scheletro in continua costruzione borbotta continuamente mentre degli operai appesi nel vuoto sul profilo di un palazzo schizzano scintille incandescenti nella notte. È rassicurante tornare a casa propria dopo una serata così sapendo che c’è il mio bel piumotto che mi attende.

E così la sveglia ha suonato a mezzogiorno, oggi è sabato, si può dormire un pochino di più. Colazione, scarpe e via verso casa della Meli. Un panino al volo (siamo tenere, risparmiamo anche sul cibo: tre euro un bodadillo gigante e una bibita) e ci dirigiamo verso il luogo prescelto: Turò de la Riveira, una ex piattaforma antiaerea semi sconosciuta. A quanto pare non è così turistico come pensavamo, la maggior parte della gente ci guarda confusa quando per chiedere informazioni tentiamo di pronunciare quel nome impossibile. Ma i tassisti sono sempre i migliori del mondo. Sanno tutto, come ci si arriva e sono anche gentili, mica come quella vecchietta mezza pazza che ci ha mandato esattamente nella direzione opposta. Mai ascoltare le vecchiette mezze pazze. Statue ai tassisti, in compenso. La parola del giorno è: RASSODA! Una salita infinita, ma infinita dico. Scale infinite, infinite dico. E al finale, ci troviamo sul tetto del mondo. Un insieme di rovine decadenti, avvolte da graffiti di ogni tipo. Normalmente un posto del genere dovrebbe essere dimenticato da dio, e invece è pieno di ragazzi, coppiette, famiglie che girovagano su e giù per le numerose scale che portano in stanze segrete. Eppure l’atmosfera è tranquilla, le voci sono basse e il sole caldo. Sarà che il vento si porta via le parole ma il silenzio è impressionante di fronte alla vista mozzafiato. È come avere una montagna all’altezza di Porta Venezia da cui osservare il Duomo in tutta tranquillità. Da questa distanza (che poi è solo qualche chilometro dal mare) la città sembra silenziosa e quieta, un insolito scenario per Barcellona. Due anziani passeggiano per mano mentre una coppia si abbraccia di fronte a questa vista favolosa. La discesa è certamente meno faticosa e in un attimo siamo di nuovo nel mondo reale. Metro e di nuovo a casa. Doccia, cibo e nuovamente fuori. Appuntamento a Horta della linea rossa. In pratica significa ritornare dove ho passato il pomeriggio. Lì mi aspettano i ragazzi e un concerto blues/soul di un gruppo davvero bravo. Il primo chitarrista: Bob Dylan. Il cantante: un tizio di una bande che conosce A. E il secondo chitarrista: uno dei Bee Gees. Rimaniamo incantati dall’energia e dalla loro bravura mentre cantano Ray Charles e Janis Joplin. Finito il primo concerto veniamo a sapere che erano solo il gruppo di apertura del gruppo più famoso (personalmente mai sentiti, ma io non conto), i Blue Pie, un gruppo hippy visto e rivisto, masticato già mille volte e troppo ostentato. Il cantante al finale ha anche imitato, parola per parola, una frase di Woodstock invitandoci tutti sul palco a cantare con lui. Si bello, ma emozioni trasmesse da loro zero. Finito il tutto ritorniamo in città con l’obbiettivo di trovare un bar dove la birra vale novantacinque centesimi. Peccato che quando lo troviamo è “più chiuso di Josè” (citazione). Ci buttiamo in quello di fianco, dove vale un euro, meglio di niente. E dopo qualche indecisione sul da farsi, direzione casa, due binari diversi. Ogni tanto ho il brutto vizio di decidere per le altre persone quello che va bene a loro. Non è presunzione, è che ogni tanto sono un disastro. Ma chi non lo è in questa vita, in questo mondo?

venerdì 15 ottobre 2010

VEINTE Y OCHO, VEINTE Y NUEVE



Giovedì è passato velocemente. Quando ha suonato la sveglia i miei piedi erano belli al caldo. Che bello! Quando ho scansato le coperte per alzarmi, invece, il gelo ha avviluppato il mio corpo. Dannazione! Sto prendendo l’abitudine di fare colazione. Mica come quando andavamo al liceo e non mangiavamo nulla per poi fiondarci sul banchetto del bar all’intervallo. Ma quanto erano buone le focaccine con cotoletta? La Protti lo sa, avremmo potuto vivere solo di quei fottutissimi grassi idrogenati e preconfezionati a vita. Ma poi la scuola finisce e ti ritrovi a comparare mezzo chilo di prosciutto in confezione omaggio al Mercadona. E al posto della maionese c’è la salsa yogurt che costa meno, e il pane è in cassetta, mica focaccia. E quanto mancano le lezioni di italiano della Villani, quando con la J ci gasavamo se sottovoce azzeccavamo il senso della poesia o quando eravamo capaci di discutere per ore di libri di cui non ricordavamo nemmeno la copertina. Quelli si che erano attimi di brivido, peggio delle interrogazioni. Adesso invece ci sono corsi gratis di spagnolo offerti dal comune a cui non puoi entrare perché il tuo livello di spagnolo è già avanzato. Gratifica certamente, l’ho imparato da sola, però che cacchio, voglio migliorarlo. Allora ti trovano un corso di ortografia il venerdì alle cinque e uno di dibattito linguistico il lunedì alle nove. Mica male. Tutto gratis. Lunedì comincio. Nel frattempo tanti contstti me poche risposte. Male, molto male. Per la sera faccio la pazzia: prendere la bici, pedalare fino a Espanya, una ragazza in bici mi affianca chiedendomi dove ho preso il cappello credendomi inglese, giù ditto per Para.lel, gente poco affidabile ferma ai semafori, sempre todo recto per Zona Franca, buche e fango, svolta a destra ed eccoci qui. In anticipo, mi sto migliorando. Dal ritardo cronico alla mezz’ora di anticipo con tanto di congelamento. Mi sento una liceale che aspetta il suo bello al fine delle lezioni. Che carina. Strada a rotroso, con annessi i soliti problemi di A. nel scegliere le bici adatte (se non sono rotte o non hanno qualche cosa che non va non è contento). Gare sui marciapiedi schivando cani e gente fino a casa, vino troppo scadente, mal di testa, tante risate e pizza alle due e mezzo. Sono troppe le cose da dire. Sono troppe le cose che ci siamo detti. Devo ancora ripassarle tutte per capirle. Per il momento mi metto un attimo di pausa per assaporare il tutto.


Stamattina l’indecisione era grande. Andare o non andare? Sembra un posto regolare, sito professionale e mail cortesi. Che faccio. Che faccio.

Non vado. Mi lavo i denti. Cambio idea. Ci vado. Fermata Lesseps, mi perdo, naturalmente. Non capisco ancora da che cacchio di parte sia il mare e mi sembra di essere già stata in tutti i posti che vedo. Credo di avere dei problemi belli gravi. D’improvviso trovo la strada, non senza aver chiesto ad una simpatica signora. Mi scambiano per una del posto, oggi in tre mi hanno chiesto indicazioni stradali. Presa di sorpresa la mia vanità è stata tentata di fingersi davvero una spagnola ma il mio giudizio (anche se poco) mi faceva pensare a qui poveretti persi per Barcellona sotto indicazioni false di una stronza vanitosa. Non era il caso. Quindi: scusate ma non sono di qui. Trovo l’agenzia ma nessuno risponde al citofono. In realtà nessuno risponde a nessun citofono della casa. Forse non va, nel mentre aspetto che entri qualcuno.dopo qualche minuto arriva una ragazza, apre il portone, mi guarda e mi dice: “Fifth avenue?” “Si.” “Vamos.” Va bene. Sorriso, profilo, mani uno, mani due. Camminata, video. Che scema io che mi aspettavo un casting in perizoma e topless. Forse come dice qualcuno davvero sto cominciando a diventare un po più ingenua di prima. Mi devo purificare, smettendola di programmare le mie emozioni come se avessero un momento di inizio e uno di fine. Può capitarti un’emozione che nemmeno conosci in qualsiasi momento della giornata. Oppure puoi accorgerti di non provarne alcune. È solo una questione di aprirsi e lasciarsi andare. E questa filosofia di cambiamento mi piace. Pomeriggio in casa, filmetto al calduccio, pasta al pesto ricordandomi che le mie donne ora sono al mare a festeggiare. Le invidio e mi mancano. Se state leggendo, pensatemi promessine. Adesso si pensa alla serata, è venerdì e la notte ci appartiene. Buona serata a tutti.

mercoledì 13 ottobre 2010

VEINTE Y SIETE


Se posso consigliarvi un film, ecco quello è Senza controllo con Clive Owen, Vincent Cassel e la ex moglie di Brad Pitt di cui ora non ricordo il nome. Bello, emozionante e d’azione. Ieri io e Nere sembravamo due invasate, saltavamo sul divano ad ogni scena, gridavamo al protagonista cosa doveva fare e capire. Che bello trovarsi a condividere la casa con una che si fa prendere dai film più di me! E pensare che l’aveva anche già visto! Alla fine sono andata a letto all’una, relativamente presto data la media di orario di Palafrugell. Sveglia alle otto e trenta, caffè solubile, biscotti, calze rotte e chiavi in mano. Prima scuola, seconda, terza. Quando cominciamo un cammino a tappe, e ci troviamo a pianificare l’ordine degli stop, in un certo senso abbiamo già fatto al nostra scelta. È sempre la prima. Così domani mi iscrivo ad un corso intensivo di spagnolo, due giorni alla settimana, due ore al giorno con diversi orari, due mesi di corso. Nuovo numero da giocare: DUE. Dopo una piccola tappa da H&M a comparare un cappello alla Annie Hall (sapete, incredibilmente in tre giorni, è sceso il freddo) mi ritiro a casa a pranzare. Alle tre esco di nuovo: direzione IKEA. Si perché non riesco ad aspettare l’arrivo dei miei tra un mese per le coperte. Stanotte stavo ibernando, il braccio mi si era congelato e comincia a colarmi il naso. Non che il freddo sia polare, però di botto si sente. Come succede qui spesso e volentieri, arrivare all’IKEA è semplice e comodo. Plaça de Espanya, qualsiasi autobus ti porta davanti all’IKEA. Per girare bene una città bisogna però munirsi di pazienza, umiltà e sorrisi. Così ho ottenuto due accompagnamenti da due signore carinissime che si sono offerte di avvisarmi alla fermata giusta. Anche gli autisti sono simpatici. Solo che qui DEVI pagare il biglietto. Mica come sul tre di Gratosoglio, anche siamo stati tutti capaci di prendere una multa anche lì. “Fermata IKEA”, scendo, mi guardo intorno. Non la vedo, non la vedo. Non la vedo perché ce l’ho sotto il naso.

Che mondo fantastico che è questo enorme prefabbricato blu. E poi è uguale ovunque. Gli stessi percorsi e gli stessi articoli. Così non ci perdi le ore ad ambientarti. Ma anche qui sono capace di passarci ore (e dico ore) comunque. Ci potrei vivere anche. Cambiare letto ogni notte, fare colazione ogni mattina in una cucina diversa e provare tutti i divani del mondo. Ma soprattutto mangiare polpettine svedesi ogni santissimo giorno. Mi ricordano quelle domeniche mattina, quando si tornava a casa dai giri mattinieri troppo tardi per cucinare e quindi vai di polpettine con marmellata di mirtilli e purè di patate! PIU-MO-NE! PIU-MO-NE! Che buono l’odore di nuovo! CU-SCI-NO! CU-SCI-NO! Non vedo l’ora di andare a dormire stanotte! Ah già, programmi per stasera? Nessuno. Mi devo attivare.

Buenas tarde!

VEINTE Y SEIS

Giornata tranquilla oggi. Sveglia all’ora di pranzo, qui non si fa altro che mangiare. Siamo in troppi per mangiare tutti patatine fritte calde, così ci si divide in due tavolate. Quando cucina mamma Emilia e non si ferma un attimo, mai stanca, mai sbattuta. Ero tranquilla sul divano a leggere il mio nuovo fantastico libro Todo està iluminado di Safran Foer, in pieno abbiocco post-pranzo, quando ad A. Viene in mente il diabolico piano a cui sta lavorando da una settimana: farmi vedere Cabaret con Liza Minelli, a suo parere un must per chi ama il musical. Peccato che io non avessi nessuna, e dico nessuna, minima intenzione di vederlo. E in più Liza-nasona-Minelli mi sta anche sulle palle. E grazie a dio Sara concordava con me dato che in quella casa era come una diva! Bene dopo un’ora e mezza di finta attenzione (in realtà sbirciavo fuori dalla finestra il vento fortissimo che sconvolgeva gli alberi) finalmente è giunta l’ora di andare. Chiuse le valigie si sale in macchina alla volta di Girona per accompagnare Arti e Sara all’ aeroporto. Saluti, baci e abbracci e di nuovo in macchina per la stazione. Tutto bene, fin qui. Siamo in coda per il biglietto, già scoraggiati per l’imminente partenza del treno che naturalmente perderemo vista la lentezza della coda, quando improvvisamente, dal nulla, sbuca una tizia con camicia a righine bianche e verdi, targhetta identificativa e scarpe improbabili. Di una così ti fidi, perché solo che lavora in stazione può accettare il compromesso di vestirsi così. Apro una parentesi: facciamo una petizione per questo problema del vestiario obbligatorio per chi lavora per i servizi pubblici. Spezzo una lancia a favore degli impiegati pubblici per la giustificata frustrazione che possono provare. Chiusa parentesi. Insomma, la tizia grida che il treno per Barcelona-Sants sta per partire, e che il biglietto si può fare sopra. Ci guardiamo e, come al solito senza dire nulla, ci capiamo. In un secondo siamo al binario. Fischio. Treno. Posto finestrino. Un’ora e mezza di interscambio culturale: io insegno italiano e A. spagnolo, tra strafalcioni e parole troppo difficili da spiegare. Ho problemi con il passato. Ha problemi con le L. Propera estaciò: Barcelona-Sants. Giunti a destinazione. Scendiamo e chi incontriamo? Nerea e Muli che erano sullo stesso treno, saliti alla fermata dopo la nostra. Ridiamo e raccontiamo che non abbiamo pagato. Perché loro non ridono? OH. Non mi piace, ridete ragazzi. Ho qualcosa in faccia? C’è un mostro dietro di me? OH. Per uscire dalla stazione devo esibire il biglietto? Che tonti. Dio che tonti. Ed è la seconda volta in due giorni che passiamo per scemi (episodio tapas). Mi sa che tra i due non so chi sia più ingenuo. Meglio in due che da soli. Un’amica di Nerea mi cede il suo mentre A. finge di averlo perso. Con la faccina da santo che riesce a fare, sicuro che lo fanno passare, penso io. Invece scopre che deve andare fino in Plaça de Catalunya a centro informazioni. Così ci lasciamo, in mezzo ad una stazione affollata, con la metro che fischia e le luci che fanno brillare gli occhi. Ed in testa una sola canzone.

martedì 12 ottobre 2010

VEINTE Y CINCO



“Ragazzi, ma lo sapete che ora sono?”

Mi giro nel letto, il mio braccio segue il movimento del corpo disegnando un arco in aria e piombando come morto sul pavimento. Dopo qualche tentativo trovo il cellulare tastando il terreno. La luce è accecante, mi entra negli occhi ed il fastidio è talmente molesto che mi sveglio all’istante, incazzata. Una e mezza. Oddio! “Ragazzi, tra mezz’ora andiamo!”. Scale di corsa. Doccia. Phard. Maglietta. Rimmel. Phon. Calze. Orecchini. Scarpe, pronta. Mi fermo un attimo. Respiro, aspetta: ma DOVE dobbiamo andare? Vengo sollevata di peso nel corridoio di casa e gettata, sempre si peso, in macchina. Dopo una mezz’ora di macchina in cui ho fatto da maestra ad A. che lentamente si sta auto-istruendo all’italiano, arriviamo a La Bisbal, una piccola corte di casette rosse con soffitti azzurro cielo e porticine minuscole d’ingresso. Ciottolato a terra e nubi grigie come contorno. Ancora non mi sono svegliata, che cosa devo fare qui? Entriamo in un ristorante. Che diavolo ci fa Nerea in cucina?

Un flash, compleanno di Prema, ristorante di Dani. Ora connetto, sono sveglia. Pica pica, insalate con uvetta, pollo con patate e gelato di frutta secca con liquore e cialda. Sto diventando una botte stando qui, ma come dice Melissa (che tra l’altro non vedo da una vita), è sempre colpa de ciclo: o ce l’hai, o deve arrivare o sei nel mezzo e il tuo umore è instabile. Dopo una serie di figure divertenti del mio compagno di giochi A. , sempre connesse con il cibo naturalmente, ci alziamo da tavola e ci dirigiamo a conoscere le abuele del paese, nonne di Dani. Qui le donne sono forti e vigorose, eleganti e decise. Possiedono grazia e carisma, e sono così da generazioni. Al rientro in casa ci siamo divertiti a farci tatuaggi e abbiamo deciso di andare al cinema. Sììììììììììì! Dopo venti giorni, finalmente cinema! Mi mancava: come esperienza in sapgna e come emozioni. Buried è a dir poco spettacolare. Rayan Raynolds ti tiene incollato allo schermo per novanta minuti, fino all’ultimo secondo, senza provare claustrofobia (è ambientata solo in una cassa in cui si risveglia il protagonista) ne noia. La sceneggiatura è preziosa, una grande critica senza risultare pesante o polemica. Se “In linea con l’assassino” vi è piaciuto, questo vi farà venire i brividi. Qui senza macchina non si vive. Per andare ovunque si deve prendere la macchina altrimenti rimani in casa tutti i giorni. Non potrei mai vivere in un paesino, che sia qui o in Italia.

Cena alle undici e mezza con ciò che rimaneva del pranzo di ieri davanti ad una peli. Woody Allen in Italiano sottotitolato. Annie Hall è magica, nevrotica e divertente. Mi ricorda qualcuno. In realtà l’intera coppia mi ricorda qualcuno. Come al solito si va a dormire alle tre, più tendenti alle tre e mezza, avendo cominciato a fantasticare su copioni immaginari e sceneggiature improbabili. Finalmente sonno con il gatto assassino ai piedi che ogni due per tre morte e fa il coniglio ai piedi. Questi sono giorni tranquilli, devo ricaricare le energie per riappropriarmi dell’onda positiva che ho perduto. E quale posto migliore di questa casa. Intanto un’agenzia mi ha contattato però è di hostess e promoter, per arrotondare non è male ma come primo lavoro non è molto il caso di farci affidamento. Speriamo, sempre speriamo e pensiamo positivo.

E domani è un giorno nuovo.

Baci, baci.