giovedì 11 novembre 2010

CINQUENTA Y SIETE

E arriviamo a lunedì, giorno traumatico per molti ma bellissimo per me. Comincio a lavorare. Dopo cinquanta giorni di attesa, che preferisco definire di riposo dal lavoro estivo in vista del lavoro invernale, finalmente oggi si ricomincia a faticare. E fare fatica non è mai stato così bello.

Mi presento all’ora stabilita, con i soliti cinque minuti di anticipo al ristorante, e la responsabile che mi ha dato l’appuntamento non c’è ancora. Scena già vista e comincio a capire che qui se la prendono davvero con calma e l’anticipo non impressiona più di tanto. Cinque minuti dopo arriva, una peruviana che parla a voce alta e pretende di essere ascoltata con lo sguardo. Avrà più o meno trent’anni e conoscendola meglio non risulta poi così odiosa come la prima impressione. Mi spiega il lavoro approfittando del locale semi vuoto e facendomi praticare appena arriva qualche cliente. Ed è proprio in una di queste occasioni che succede l’inevitabile, uno di quei soliti casini che succedono sempre negli episodi di Giulia al lavoro, entusiasmo e pasticci, la mia rubrica personale di disastri lavorativi, cominciati a collezionare l’anno scorso, quando il primo giorno di lavoro al Soleado di Santa Margherita Ligure, quando rovesciai la prima comanda della mia vita -quattro birre medie- addosso ad una ragazza brasiliana vestita da sera. Grazie a dio i brasiliani hanno senso dell’umorismo e prendono la vita con quel tocco di serenità che manca al resto del mondo, e la faccenda si è risolta con: -Tranquilla, ragazza, la birra fa benissimo all’abbronzatura. Ma tornando al nuovo pasticcio, questa volta Il Danno non ha nulla a che vedere con la clientela, i colleghi e oggetti del locale. Anche se ad essere sincera ero talmente tesa dall’emozione di cominciare che davvero credevo di dimenticarmi qualche fornello acceso, dar fuoco a tutta l’impresa, uscire dalla porta principale applaudendomi da sola e andarmi a suicidare sotto una metro. Per fortuna nulla di simile. Solo mi sono ustionata una mano. Il lavoro consiste nel prendere l’ordinazione del cliente, prendere la giusta quantità di quello che chiede (200g) e metterli per quattro minuti a cuocere un una vasca di acqua che bolle tutto il giorno. Naturalmente, per questioni di pratica, per tirare fuori ciò che poi bisogna preparare non esistono guanti isolanti, straccia isolanti o cose simili. Semplicemente si va con le mani. Una volta acquisita la destrezza del movimento è stato facile ma prima ho dovuto buttarmi sulla mano una consistente quantità di acqua bollente per capirlo. Nulla di grave, solo un piccolo cerchietto rosso che rimarrà per un po’. Inoltre ho scoperto di avere anche dei problemi con il registratore di cassa, cosa comune tra i colleghi alle prime armi a quanto pare, ma dovrò mettermi sotto a studiarne gli intricati meccanismi se voglio lavorare bene. Ed ora, apriamo capitolo colleghi. Dopo la peruviana Mery, che è come la capa del personale, ci sono Josè (è una condanna ed una persecuzione) un strano elemento con la testa a palloncino e un paio di occhiali sulla punta del naso; poi c’è Kat, una ragazza rasta della Slovacchia studentessa qui da otto anni credo di aver capito, il che mi sembra molto strano dato che ha ventidue anni e vive senza genitori. Domani invece lavoro con un altro ragazzo, di cui naturalmente non ricordo il nome, e che da quanto è emerso dagli avvisi di Mery, è un chiacchierone e ogni tanto bisogna richiamarlo al lavoro. Sarà divertente. La giornata si conclude con una pulita generale del locale (per la prima volta in vita mia ho provato il brivido di pulire il bagno di un locale. Mai più.), messa a posto generale e birretta con sigaretta annessa di fine lavoro. E prendere la metro alle undici e mezza, stanca morta dopo sei ore di lavoro, sapendo che ti stai allineando con questa nuova città e che da ora fai parte della popolazione attiva e che nessuno ora più portarti via quello che avevi in mente di fare perché si sta realizzando sarebbe un crimine portartelo via, è una sensazione inspiegabile. Me ne vado a letto contenta, pur sapendo che la mia sveglia suonerà alle quattro del mattino.

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