giovedì 4 novembre 2010

CUARENTA Y NUEVE

Finalmente oggi mi sono decisa ad andare all’università. Temevo questo momento. Avevo paura che mi piacesse troppo. E invece, l’opposto. Il corso di lingue e letterature moderne è completamente diverso da quello in Statale a Milano che, ad essere sincera, mi piace molto di più. Chissà forse perché è a casa, o forse perché non sono ancora pronta ad immaginarmi qui per così tanto tempo. Comunque ho preso tutta la documentazione e al momento opportuno la sfodererò per confrontarla. Tappa successiva del giorno è stato un caffè con i Boratto in Plaça Catalunya per salutarli e all’una e mezza cominciò il mio viaggio verso Badalona, al secondo colloquio di lavoro. Mi accorgo del viaggio infinito che sarei costretta a fare quando guardando l’orologio mi accorgo che sono in metro da quarantacinque minuti e non sono ancora arrivata. Temevo di arrivare in ritardo, ma entrando alla Decathlon e chiedendo di Julen, mi accorgo di essere in anticipo mentre il tizio è in clamoroso ritardo. Si presenta mezz’ora dopo, con una scusa poco credibile. -Ho fatto un incidente, dice, e ho dovuto fare la constatazione amichevole, scusami. L’intervista procede bene, con calma e il ragazzo fa di tutto per mettermi a mio agio. Alla fine mi sembra entusiasta di tutto, mentre io esco perplessa e spaventata dal viaggio che dovrei fare alle quattro del mattino nel caso m mettessero nel turno mattutino, che comincia alle sei. Corro a casa perché Nerea, che trovo seduta al bar sotto casa leggendo un giornale, si è dimenticata le chiavi di casa e mi ha aspettato tutto il pomeriggio. Una volta a casa decido di condividere le mie avventure con un pubblico più ambio e magari trovare la fortuna. Così apro il sito di Repubblica.it e comincio a scrivere il mio diario di viaggio, speranzosa che qualcuno lo legga e si ritrovi a chiamarmi per maggiori informazioni. Nel mentre, l’unica chiamata che ho ricevuto è quello di Que Pasta! con la voce del capo dall’altro lato che mi dice che sono stata presa e che comincio martedì. -Merda, penso, sono a fare la comparsa. Per darmi un tono, ma con molta molta gentilezza, gli dico che quel giorno e il successivo sono all’Università autonoma di Barcellona a girare un film, naturalmente senza specificare che la mia parte è secondaria, muta e con un compenso che non vale la fatica di prendere quel treno che parte da Plaça Catalunya alle cinque e un quarto del mattino. Però mi ha fatto tornare la voglia di faticare, d sudare per quel misero salario di fine mese con il quale potrò finalmente organizzare una cena decente a casa. Nel frattempo mi limito ai piccoli piaceri della cucina, dato che con la dispensa piena di cose buone ho ritrovato il piacere di mangiare bene, cucinandomi piatti con quel tocco artistico che ti venire un grande dispiacere nel distruggere quelle costruzioni architettoniche e ridurre tutto in poltiglia. Ma come dice la mamma, tutto va al culo. Parole sue, parole sante.

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