giovedì 21 ottobre 2010

TRENTA Y CUATRO


Stanotte freddo e luce perennemente puntata negli occhi, ma il risveglio non ha avuto prezzo. Ero troppo di fretta quindi niente colazione, ed è per questo che quando sono arrivata a casa mi sarei mangiata un bue intero. Senza cucinarlo. Il pomeriggio l’ho passato facendomi i fatti miei a casa. Biografie di Pasolini, Hitchcock e Bukowski. Filmografia dei Coen e di Spielberg. Mi sto accorgendo di quanto sia divertente vivere con Marta e Nerea, soprattutto per il fattore lingua. Loro mi chiedono una cosa, io capisco altro e rispondo mostrando il miglior spagnolo che possiedo. E quando realizzo quello che realmente mi hanno domandato è troppo tardi per rimediare e seguo dritta finendo il mio argomento. Loro oramai ci stanno facendo l’abitudine e mi lasciano parlare correggendomi con gentilezza e ascoltando quello che dico. Per le cose importanti ci capiamo senza problemi. La convivenza è tranquilla, ognuna si fa i fatti propri e ci lasciamo in pace quando siamo incazzate, ma la sera tutte sul mini divano a vedere la tele commentando come vecchiette pettegole tutto quello che succede. È bello. Non voglio andarmene. Alle sei e mezza c’è la riunione di buon vicinato e decido di andare a piedi, sempre per il fattore risparmio, cambiando strada però. Ho deciso di cambiare ogni volta strada, anche se la meta è la stessa. Primo per vedere quale mi risparmia fatica e tempo e secondo per vedere cose nuove. Per esempio oggi ho scoperto un parco stupendo dietro la stazione di Sants con fontane e scivoli giganti per i bambini. Vecchietti che passeggiano e coppie innamorate. Il solito. L’ajuntamento è sempre più imponente e terrificante. Un edificio gotico con vetri oscurati all’esterno così che sembri completamente abbandonato. In realtà ci sono mille attività. La riunione di “buon vicinato” ad esempio è una di queste. All’ora stabilita ci viene a prendere nel salone d’attesa una ragazza paffutella e incinta che con un gran sorrisone ci fa sentire meno immigrati. La mia faccia forse possiede i tratti tipici italiani senza che io ne sia consapevole, ma sta di fatto che riconosce subito la mia nazionalità. Gli altri provengono da ogni parte del mondo: un ragazzo turco con traduttore a seguito, due superbiondi svedesi in Erasmus, una quindicenne peruviana qui da sola senza lavoro ne famiglia (che tenerezza), un’argentina con nazionalità tedesca. E ancora una cilena sposata con un francese con tanto di doppio cognome, un equadoregno con faccia da rumeno, una coppia francese che parlava solo a voce bassissima e altre tre donne dalla nazionalità non meglio identificata. Il tempo trascorre tranquillamente tra domande frequenti e risposte cortesi. Vengo a sapere di un ufficio apposta per chi è senza lavoro, di corsi di catalano (voglio imparare anche quello) e castigliano gratuiti, di assistenza psicologica gratuita. Insomma meno male che ho fatto questa cosa. Farò tutto, dall’agenzia di collocamento allo psicologo. Frutterò al massimo tutto quello che mi possono offrire. Così torno a casa felice, consapevole che domani avrò qualche cosa da fare, finalmente. Dopo aver finito quasi tutte le riserve del mio frigorifero con tanto di tortilla, pomodori e carote, finisco di vedere la partita con Marta, facciamo scommesse su quanto ci metterà Dani ad arrivare qui per vedere una peli con Nerea, ritiriamo la roba stesa. Insomma tutto normale. Decido di andare a letto, troppo freddo e i miei occhi si stavano chiudendo del tutto. Così mi alzo, mi dirigo verso il bagno, apro al porta. Non faccio in tempo a realizzare ne le dimensioni ne l’entità di ciò che si stava muovendo nel suolo. Abbiamo un problema. Torno in sala, guardo Marta che dallo schifo dipinto sulla mia faccia capisce al volo. Il mostro schifoso con mille gambette magre si muove rapido nel bagno fino a rintanarsi nello stipite della porta. Dopo attimi di panico generale, di isterismi e di sudori freddi, l’illuminazione. La lacca. Lo immobilizziamo nello stipite, lo intossichiamo e poi lo tiriamo fuori e lo schiacciamo. Si certo come no. E invece facendoci forza, ce l’abbiamo fatta. Marta mi caricava come fanno gli allenatori dei pugili gasandomi dicendo che ero più forte di quello schifo, che ero temerario, che potevo farcela. Al finale abbiamo riempito scotch la finestra rotta del bagno da cui questi esseri ignobili e indegni entrano in casa nostra. E alla fine siamo andate a dormire con lo schifo addosso ma sentendoci forti come un pesticida. Domani chiamiamo la disinfestazione.

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