martedì 23 novembre 2010

CRISI D'IDENTITÁ

Abbandono.
Non mi riconosco piú.
È una di quelle fasi in cui ognuno di noi passa, prima o poi nella vita.
Quando, al mattino, mi trascino al bagno e mi incontro riflesso nello specchio, vedo che quell'immagine non mi appartiene. 
I contorni sono sfuocati e l'identitá confusa. 
Forse devo solo comprarmi un paio di lenti nuove per vedermi meglio.


A parte gli scherzi, ho deciso di accantonare ( e non abbandonare) per un momento questa finestra sulla mia quotidianità. Non mi rimane moolto tempo libero e se non lo impegno dormendo non vedo perché dovrei utilizzarlo per raccontarvi le mie giornate. 
Questo è quanto. 
Ho altri progetti in mente, altre storie e altri personaggi.

Grazie per avermi seguito.
Ci leggiamo presto.


giovedì 11 novembre 2010

CINQUENTA Y SIETE

E arriviamo a lunedì, giorno traumatico per molti ma bellissimo per me. Comincio a lavorare. Dopo cinquanta giorni di attesa, che preferisco definire di riposo dal lavoro estivo in vista del lavoro invernale, finalmente oggi si ricomincia a faticare. E fare fatica non è mai stato così bello.

Mi presento all’ora stabilita, con i soliti cinque minuti di anticipo al ristorante, e la responsabile che mi ha dato l’appuntamento non c’è ancora. Scena già vista e comincio a capire che qui se la prendono davvero con calma e l’anticipo non impressiona più di tanto. Cinque minuti dopo arriva, una peruviana che parla a voce alta e pretende di essere ascoltata con lo sguardo. Avrà più o meno trent’anni e conoscendola meglio non risulta poi così odiosa come la prima impressione. Mi spiega il lavoro approfittando del locale semi vuoto e facendomi praticare appena arriva qualche cliente. Ed è proprio in una di queste occasioni che succede l’inevitabile, uno di quei soliti casini che succedono sempre negli episodi di Giulia al lavoro, entusiasmo e pasticci, la mia rubrica personale di disastri lavorativi, cominciati a collezionare l’anno scorso, quando il primo giorno di lavoro al Soleado di Santa Margherita Ligure, quando rovesciai la prima comanda della mia vita -quattro birre medie- addosso ad una ragazza brasiliana vestita da sera. Grazie a dio i brasiliani hanno senso dell’umorismo e prendono la vita con quel tocco di serenità che manca al resto del mondo, e la faccenda si è risolta con: -Tranquilla, ragazza, la birra fa benissimo all’abbronzatura. Ma tornando al nuovo pasticcio, questa volta Il Danno non ha nulla a che vedere con la clientela, i colleghi e oggetti del locale. Anche se ad essere sincera ero talmente tesa dall’emozione di cominciare che davvero credevo di dimenticarmi qualche fornello acceso, dar fuoco a tutta l’impresa, uscire dalla porta principale applaudendomi da sola e andarmi a suicidare sotto una metro. Per fortuna nulla di simile. Solo mi sono ustionata una mano. Il lavoro consiste nel prendere l’ordinazione del cliente, prendere la giusta quantità di quello che chiede (200g) e metterli per quattro minuti a cuocere un una vasca di acqua che bolle tutto il giorno. Naturalmente, per questioni di pratica, per tirare fuori ciò che poi bisogna preparare non esistono guanti isolanti, straccia isolanti o cose simili. Semplicemente si va con le mani. Una volta acquisita la destrezza del movimento è stato facile ma prima ho dovuto buttarmi sulla mano una consistente quantità di acqua bollente per capirlo. Nulla di grave, solo un piccolo cerchietto rosso che rimarrà per un po’. Inoltre ho scoperto di avere anche dei problemi con il registratore di cassa, cosa comune tra i colleghi alle prime armi a quanto pare, ma dovrò mettermi sotto a studiarne gli intricati meccanismi se voglio lavorare bene. Ed ora, apriamo capitolo colleghi. Dopo la peruviana Mery, che è come la capa del personale, ci sono Josè (è una condanna ed una persecuzione) un strano elemento con la testa a palloncino e un paio di occhiali sulla punta del naso; poi c’è Kat, una ragazza rasta della Slovacchia studentessa qui da otto anni credo di aver capito, il che mi sembra molto strano dato che ha ventidue anni e vive senza genitori. Domani invece lavoro con un altro ragazzo, di cui naturalmente non ricordo il nome, e che da quanto è emerso dagli avvisi di Mery, è un chiacchierone e ogni tanto bisogna richiamarlo al lavoro. Sarà divertente. La giornata si conclude con una pulita generale del locale (per la prima volta in vita mia ho provato il brivido di pulire il bagno di un locale. Mai più.), messa a posto generale e birretta con sigaretta annessa di fine lavoro. E prendere la metro alle undici e mezza, stanca morta dopo sei ore di lavoro, sapendo che ti stai allineando con questa nuova città e che da ora fai parte della popolazione attiva e che nessuno ora più portarti via quello che avevi in mente di fare perché si sta realizzando sarebbe un crimine portartelo via, è una sensazione inspiegabile. Me ne vado a letto contenta, pur sapendo che la mia sveglia suonerà alle quattro del mattino.

lunedì 8 novembre 2010

I seguenti giorni, ovvero venerdì, sabato e domenica abbiamo deciso di passarli nella pigrizia più totale. Già, da lunedì la pacchia finisce per tutti. Chi comincia gli esami, chi ha da continuare a studiare e chi comincia a lavorare. Questi giorni, per l’esattezza mesi, sono serviti a tutti per allinearsi con la città, con l’aria nuova, con le proprie idee. Però quel tempo è decisamente finito, e abbiamo deciso di festeggiarlo alla maniera decadente. Così ci siamo travestiti da poeti maledetti, abbiamo comprato dell’absenthio e abbiamo fatto festa, per svegliarci la mattina seguente alle quattro del pomeriggio. E mentre Raul e la sua ragazza cenavano dolcemente a lume di candela un’insalata preparata con cura bevendo vino, noi facevamo colazione/pranzo/cena con un kebab e una birra. -Più il piatto è ricco, meno è sostanzioso chi lo mangia. Santa parole. Noi siamo più semplici e essenziali, niente candele e niente piccante, grazie! Dopo qualche momento di titubanza sul da fare per la notte, quando l’indecisione sembrava svanita e il programma ci sembrava più che chiaro, ovvero casa, film e risacca, qualcosa si è risvegliato in noi. Così siamo corsi dall’altra parte della città a casa di Camila alla sua festa di inaugurazione del nuovo appartamento. Quasi tutti i suoi amici le avevano dato buca, così siamo corsi noi in aiuto a far festa. E anche sabato abbiamo fatto mattina, con conseguente sveglia alle sei di pomeriggio, questa volta. Che vergogna. Ma che bello poltrire sotto le coperte mentre fuori una sottile piggerellina ricopre come un manto la città. Una volta deciso di alzarsi, dopo una colazione/pranzo/merenda/cena a base di riso con sugo rosso, cosa che mi ricorda quando ero a casa malata e la mia mamma mi curava a forza di purè e riso, usciamo alla volta del cinema dove ci aspetta un documentario su un concerto a San Francisco negli anni settanta. Una specie di Woodstock in piccolo. Esattamente quel concerto in cui il nostro caro amato Jimi decise che era ora di bruciare la sua (e nostra) amata chitarra come finale della sua performance. Potevamo mancare all’appuntamento? Così al ritorno a casa, scendo in Plaça Espanya e cammino sotto la pioggia, con le mie ballerine nere, i piedi bagnati e Jimi nelle orecchie. Domani si comincia, e questa come conclusione, non è niente male.

CINQUENTA

Era il giorno, quello giusto. Non potevo continuare a rimandare quell’appuntamento infinitamente. La paura di impiegarci tutta la mattina mi terrorizzava, ma dovevo affrontare quel passo, altrimenti potevo dire addio al contratto per la comparsa. Così munita di forza di volontà, coraggio e cartina esco alla ricerca della tesoreria. Saltavo di persona in persona, accumulando ogni volta nuove informazioni che alla fine mi hanno portato a destinazione, come una caccia al tesoro. Il solito bancone con ticket d’attesa mi aspetta, ma la signorina è molto più veloce di quello che mi aspettavo. C’è anche una sedia libera. Cosa è successo alla burocrazia spagnola? Un terremoto ha scacciato le grandi code e i tempi d’attesa infiniti dagli uffici comunali, probabilmente. Dieci minuti dopo, mi ritrovo seduta ad un tavolo, la signorina mi chiede il NIE, una firma e mi consegna un foglio: Securidad Social, recita a grandi lettere. Incredibile, non è possibile, ho rimandato questo per una settimana quando era così veloce, semplice e quasi divertente, se contiamo gli elementi da osservare in sala d’attesa. Come quell’irlandese seduto dietro di me la cui cintura era quasi più larga della circonferenza di Orione e il cui sudore colava sulla camicia di seconda mano mentre gridava un inglese maccheronico ad un livello decibel troppo alto per la situazione in cui si trovava. Comunque abbandonando descrizioni di personaggi ambigui che incontro per strada, perché potrei creare un blog solo per loro, e tornando alla mia giornata, mi mancava solo una copia scannerizzata dei documenti ed il gioco era fatto, quelli della Escandalo Film avrebbero smesso di chiamarmi ad orari improbabili per ricordarmi con tono scocciato che necessitano i documenti per il contratto. Il problema era che di copisterie, in quella zona, nemmeno l’ombra. Mi ingegno e riciclo la tattica della caccia al tesoro, ce per la seconda volta in un tempo troppo ravvicinato funzione. Dopo qualche passeggiata su e giù per la stessa strada ne trovo una, così scannerizzo, pago esco, fermata dell’autobus e via diretta all’IKEA, il mio posto da sogno. Questa volta però la voglia di farsi tutto il percorso passando per stanze arredate da sconosciuti di case immaginarie e sognare di viverci un giorno era pari allo zero. La tentazione in quel posto però è troppo forte, è come una droga. Mi sento drogata di IKEA. Così passo attraverso l’esposizione a testa bassa, pugni chiusi lungo i fianchi e orecchie tappate, per scendere diretta al piano interrato dove acchiappo solo, e dico solo, quello che mi serve. Sulla via del ritorno ero talmente galvanizzata che dopo aver posato tutto in casa, sono riuscita a comprare un martello e dei chiodi dal chino. Non potevo aspettare altro tempo, dovevo appendere subito quello che avevo comprato. Così ora mi ritrovo una Securidad Social e una stanza semi-decente, il tutto in un giorno. Non è difficile immaginare come sono crollata dal sonno la sera.

















I seguenti giorni, ovvero venerdì, sabato e domenica abbiamo deciso di passarli nella pigrizia più totale. Già, da lunedì la pacchia finisce per tutti. Chi comincia gli esami, chi ha da continuare a studiare e chi comincia a lavorare. Questi giorni, per l’esattezza mesi, sono serviti a tutti per allinearsi con la città, con l’aria nuova, con le proprie idee. Però quel tempo è decisamente finito, e abbiamo deciso di festeggiarlo alla maniera decadente. Così ci siamo travestiti da poeti maledetti, abbiamo comprato dell’absenthio e abbiamo fatto festa, per svegliarci la mattina seguente alle quattro del pomeriggio. E mentre Raul e la sua ragazza cenavano dolcemente a lume di candela un’insalata preparata con cura bevendo vino, noi facevamo colazione/pranzo/cena con un kebab e una birra. -Più il piatto è ricco, meno è sostanzioso chi lo mangia. Santa parole. Noi siamo più semplici e essenziali, niente candele e niente piccante, grazie! Dopo qualche momento di titubanza sul da fare per la notte, quando l’indecisione sembrava svanita e il programma ci sembrava più che chiaro, ovvero casa, film e risacca, qualcosa si è risvegliato in noi. Così siamo corsi dall’altra parte della città a casa di Camila alla sua festa di inaugurazione del nuovo appartamento. Quasi tutti i suoi amici le avevano dato buca, così siamo corsi noi in aiuto a far festa. E anche sabato abbiamo fatto mattina, con conseguente sveglia alle sei di pomeriggio, questa volta. Che vergogna. Ma che bello poltrire sotto le coperte mentre fuori una sottile piggerellina ricopre come un manto la città. Una volta deciso di alzarsi, dopo una colazione/pranzo/merenda/cena a base di riso con sugo rosso, cosa che mi ricorda quando ero a casa malata e la mia mamma mi curava a forza di purè e riso, usciamo alla volta del cinema dove ci aspetta un documentario su un concerto a San Francisco negli anni settanta. Una specie di Woodstock in piccolo. Esattamente quel concerto in cui il nostro caro amato Jimi decise che era ora di bruciare la sua (e nostra) amata chitarra come finale della sua performance. Potevamo mancare all’appuntamento? Così al ritorno a casa, scendo in Plaça Espanya e cammino sotto la pioggia, con le mie ballerine nere, i piedi bagnati e Jimi nelle orecchie. Domani si comincia, e questa come conclusione, non è niente male.

giovedì 4 novembre 2010

CUARENTA Y NUEVE

Finalmente oggi mi sono decisa ad andare all’università. Temevo questo momento. Avevo paura che mi piacesse troppo. E invece, l’opposto. Il corso di lingue e letterature moderne è completamente diverso da quello in Statale a Milano che, ad essere sincera, mi piace molto di più. Chissà forse perché è a casa, o forse perché non sono ancora pronta ad immaginarmi qui per così tanto tempo. Comunque ho preso tutta la documentazione e al momento opportuno la sfodererò per confrontarla. Tappa successiva del giorno è stato un caffè con i Boratto in Plaça Catalunya per salutarli e all’una e mezza cominciò il mio viaggio verso Badalona, al secondo colloquio di lavoro. Mi accorgo del viaggio infinito che sarei costretta a fare quando guardando l’orologio mi accorgo che sono in metro da quarantacinque minuti e non sono ancora arrivata. Temevo di arrivare in ritardo, ma entrando alla Decathlon e chiedendo di Julen, mi accorgo di essere in anticipo mentre il tizio è in clamoroso ritardo. Si presenta mezz’ora dopo, con una scusa poco credibile. -Ho fatto un incidente, dice, e ho dovuto fare la constatazione amichevole, scusami. L’intervista procede bene, con calma e il ragazzo fa di tutto per mettermi a mio agio. Alla fine mi sembra entusiasta di tutto, mentre io esco perplessa e spaventata dal viaggio che dovrei fare alle quattro del mattino nel caso m mettessero nel turno mattutino, che comincia alle sei. Corro a casa perché Nerea, che trovo seduta al bar sotto casa leggendo un giornale, si è dimenticata le chiavi di casa e mi ha aspettato tutto il pomeriggio. Una volta a casa decido di condividere le mie avventure con un pubblico più ambio e magari trovare la fortuna. Così apro il sito di Repubblica.it e comincio a scrivere il mio diario di viaggio, speranzosa che qualcuno lo legga e si ritrovi a chiamarmi per maggiori informazioni. Nel mentre, l’unica chiamata che ho ricevuto è quello di Que Pasta! con la voce del capo dall’altro lato che mi dice che sono stata presa e che comincio martedì. -Merda, penso, sono a fare la comparsa. Per darmi un tono, ma con molta molta gentilezza, gli dico che quel giorno e il successivo sono all’Università autonoma di Barcellona a girare un film, naturalmente senza specificare che la mia parte è secondaria, muta e con un compenso che non vale la fatica di prendere quel treno che parte da Plaça Catalunya alle cinque e un quarto del mattino. Però mi ha fatto tornare la voglia di faticare, d sudare per quel misero salario di fine mese con il quale potrò finalmente organizzare una cena decente a casa. Nel frattempo mi limito ai piccoli piaceri della cucina, dato che con la dispensa piena di cose buone ho ritrovato il piacere di mangiare bene, cucinandomi piatti con quel tocco artistico che ti venire un grande dispiacere nel distruggere quelle costruzioni architettoniche e ridurre tutto in poltiglia. Ma come dice la mamma, tutto va al culo. Parole sue, parole sante.

mercoledì 3 novembre 2010

CUARENTA Y OCHO

Il lunedì mattina è sempre un dramma. Specialmente se è festivo perché ha la capacità di scombussolare tutta la settiman in quanto il martedì mattina ti svegli pensando che sia lunedì, e slitta tutto. E il mio lunedì mattina, festivo, è stato piuttosto tranquillo proprio per questo. Forse anche per la partenza dei miei che ci ha bloccato la giornata, permettendoci solo una passeggiatina nel parco dietro casa mia e qualche foto. Ma alle quattro scatta l’ora ics (divertente scriverlo così..). Prendo la metro di fretta, cambio, scendo e mi incammino per la Rambla. Alla seconda giro a sinistra e me lo trovo di fronte. Eccolo piccolino e intimo, con quel nome italiano spagnolizzato che lo rende tanto buffo. Sono in anticipo, ancora dopo così tanto tempo non ho ancora bene capito il rapporto distanza/tempo. O forse oggi sono solo ansiosa e ho paura di arrivare tardi al primo colloquio di lavoro. Chiacchiero con il capo, un ragazzo straniero anche lui che non si scandalizza per niente del mio spagnolo azzardato, anzi completa con gentilezza le mie frasi, sorridendo quando lo ringrazio. In conclusione, un lavoro remunerato poco, ma che mi lascia il tempo per studiare tranquillamente. E poi ora mi sono liberata di tutte le frivolezze, sono più semplice ed essenziale, non necessito molto per vivere. E non è solo una questione di accontentarsi, perché la mia vita mi piace tutta e più del dovuto. Forse mi piace anche troppo. Sono felice. Soprattutto quando nel momento meno atteso di tutti, accade qualche cosa di speciale che ti fa sentire fortunato. Stavo aspettando ad un semaforo il verde, quando dall’altra parte della strada vedo un vecchio con un cane, uno di quelli brutti ma buoni, con i peli del muso che cominciano a sbiancarsi e un’espressione dolce e goffa allo stesso tempo.. Il vecchio sta cercando qualche cosa in un borsello, quando gli cade il guinzaglio. Senza esitazione il cane lo guarda con comprensione e pazienza, abbassa il muso raccoglie il guinzaglio con i denti e lo porge al vecchio che, con gratitudine lo prende e lo accarezza dolcemente sul muso. C’era una bella storia tra quei due, una storia che non si può raccontare. Qualcosa di grande e intimo, di segreto solo tra loro due. E nessuno ha il diritto di raccontare questa storia. Vedendo questo e guardando, ci si sente fortunati, perché ognuno ha una storia così, come quella che c’è tra quei due vecchi passeggiatori silenziosi. E dobbiamo tenercele strette queste storie, perché sono l’unica cosa a cui ci possiamo aggrappare. La sera la passo in compagnia dei ragazzi della mini rimpatriata di Calella a casa dei ragazzi tra musica e chiacchiere. E anche qui mi sento fortunata.