sabato 30 ottobre 2010

CUARENTA Y CUATRO

Da qualche giorno ho smesso di scrivere dato che la cosa più emozionante che mi è successa è stato il tentativo (non senza successo)attuato dal pachi sotto casa di vendermi una pizza INFIERNO, a detta sua buonissima. In realtà, poche pizze mangiate in tutta la mia vita facevano schifo come quella. Forse ho smesso anche perché, fino a ieri, la routine del nulla mi stava uccidendo. Poi è arrivato il giorno della svolta. Negli ultimo giorni la sveglia si suonava alle nove, ma l’orario del mio reale risveglio, con distruzione annessa del microclima creato durante la notte sotto il mio piumone, risaliva più o meno alle undici. Ieri invece ho deciso che alle nove suonava e massimo alle nove e cinque dovevo essere in doccia. Calze nere e ballerine. Il parco del Montjuic alle dieci del mattino, con vista sulla città che si risveglia è impagabile. Credo che quel parco sia diventato uno dei miei posti preferiti. Così mi siedo e aspetto sulle gradinate di una copia del primo teatro greco di Atene. E qui comincia la nostra giornata singolare. La coda al museo ci sembrava infinita, ma il tempo non mancava e la voglia di vedere quella mostra era troppo forte. La rincorriamo da due mesi. Ci mettiamo in fila e aspettiamo. Però che strano, avanzano tutti e noi rimaniamo fermi dietro questo gruppo di ragazzi. Vuoi vedere che questi non sono in fila? Nostro malgrado, quando stiamo assieme, diventiamo più cretini e imbecilli di quanto non lo siamo presi singolarmente. Quindi, dopo aver identificato la fine effettiva della coda, ricominciamo ad aspettare. Era pieno di classi in gita, scolaresche e studenti universitari. Improvvisamente vengo trascinata nei ricordi delle gite con l’Agnesi: Barcellona due anni fa e Berlino quest’anno. La malinconia mi assale. In fin dei conti, litigi, incomprensioni e amicizie spezzate, sono stati dei momenti molto intensi, nel bene e nel male, con tutta quella banda di squinternati dei miei compagni. Incontrarli tutte le mattine, nello stesso posto, con le stesse parole era uno dei pochi appuntamenti fissi a cui non si poteva mancare. E nonostante tutto, mi dava una certa sicurezza. Mi risveglio dal mio tuffo onirico nel passato alla cassa e qui veniamo ripagati di tutto il tempo d’attesa: maxi sconto, due per uno. L’esposizione temporanea era un insieme di video e installazioni di un’artista, Pipiloti Rist. Era una mostra abbastanza fuori dal comune: proiezioni di frasi (come: il tuo sudore fa buon odore) su teli quasi trasparenti attraverso i quali si poteva passare e sconvolgere le geometrie delle parole, video rivelatori da gustare sdraiati per terra o impossibili giochi di equilibrio tra piume e sfere di ferro. Ogni video aveva uno morale di fondo e l’obbiettivo di trasmettere sensazioni, come la violenza della natura o la potenza della gravità. Preziosa e rilassante. Ma adesso arriva il bello. Usciti dalla mostra, intravediamo delle scale che portano al piano superiore. Furtivamente, ma senza dare nell’occhio, ci avviciniamo fino a imboccarle a tutta velocità. E ci ritroviamo nell’altra mostra, quella permanente. Il nostro obbiettivo era quello di raggiungere la terrazza esterna da dove si vede tutta, e dico tutta, la città. Con indifferenza ci mischiamo agli altri visitatori, disinteressandoci completamente delle opere di Mirò e compagnia bella. La nostra attenzione era completamente focalizzata nella ricerca di una portafinestra che ci potesse condurre fuori. Una volta identificata, senza parlare (perché è essenziale non rivolgersi parola in situazioni come queste) ci avviciniamo. E proprio mentre il nostro sogno si stava realizzando, si materializza nel nostro campo visivo una maschera del museo, apparsa misteriosamente dal nulla o ben mimetizzata tra la folla. - Biglietti, prego? A questo punto chiunque si ritrova di fronte ad un bivio, ad una scelta di cruciale importanza: strada eroica o conformata? La prima comporta una fuga a gambe levate alla Prova a prendermi in direzione della terrazza, sfondamento della porta di vetro con la spalla sinistra, capriola sul terreno e sul finale la comparsa sulla scena di due mossos che ti ammanettano mentre osservi Barcellona con completa soddisfazione. La seconda, vivamente consigliata, comprende una scusa qualsiasi per giustificare la tua presenza in un posto in cui non dovresti essere, uno sguardo atterrito alla porta che poteva portarti alla gloria e un’uscita di scena a testa bassa. Ed è a testa bassa che siamo usciti dalla Fundaciò Joan Mirò. Il pomeriggio tranquillo e la sera..ah, la sera. Come al solito il senso di impotenza mi assale ma decido di non soccombere e di lottare. Così mi metto in contatto con l’altro pessimista cronico come me, il Muli, che mi ascolta, mi comprende e in fine mi risolleva. La decisione è quella di sbronzarsi per dimenticare. Prendo la metro di fretta e furia e corro fino a casa loro. Qui mi aspettano vino rosso, rosato, birra a volontà e naturalmente la loro compagnia. La serata comincia bene e prosegue tranquilla nel disperato tentativo di far uscire la Luvi (signori e signore, Ludovia Beatriz Boratto, è qui!) e la Raqui, miseramente fallito. Così decidiamo di uscire, andare a ballare, fare qualche cosa. Naturalmente prima facciamo cadere posa ceneri, rovesciamo lattine di birra e andiamo a fumare sul cornicione della finestra. Chiamiamo un taxi e usciamo. Razzmatazz, fermata Razzmatazz. Sedici euro di taxi pagati dal portafoglio di Muli che si sentiva generoso. Ingresso al Razz, prima volta per me, che emozione! In realtà si dimostra una fuffa. Altro che mille sale con musica diversa, era aperto solo un patio con vista sulla città, con poca gente e consumazioni con poco alcol. Ecco quest’ultimo particolare lo noto solo io, dato che Amar e Muli hanno finito la serata sdraiati su un divanetto, mentre io cercavo di rianimarli. Ma non c’era nulla da fare, non si svegliavano, oppure una volta svegliato uno, non mi lasciava nemmeno il tempo di svegliare l’altro, che già cadeva addormentato in un sonno più profondo di prima. Al finale, un buttafuori che osservava silvenzioso la situazione ha avuto il buon cuore di correre in mio soccorso. -Tutto bene? I tuoi amici non possono restare qui -Sto cercando di svegliarli per uscire da mezz’ora! Li scusi.. -Ti do una mano io, posso? Nemmeno il tempo di dargli una risposta, e questo prende di forza il Muli per un braccio e con l’altra mano sveglia Amar. Mai vista una persona svegliare due ragazzi ubriachi con tanta forza. In un secondo siamo fuori, me li carico sulle spalle (metaforicamente parlando, non sono ancora così forte) e ci avviamo verso un taxi. -Carrer Badal, sesenta y uno, gli dico mentre mi siedo davanti per lasciare la possibilità ai tue ubriacone seduti dietro, nel caso, di vomitare giù dal finestrino. Disgraziatamente il tassista non sa la strada, quindi ci troviamo costretti a scendere in una strada a me completamente sconosciuta e a prima vista non molto sicura. Grazie a Dio, Amar nel frattempo si riprende e riesce a guidarci, biascicando e camminando a zig zag, fino a casa mentre il Muli praticava liberamente il Mulinismo in mezzo alla strada, mentre cercavo di distrarlo dallo staccare degli adesivi a forma di farfalla da un motorino abbandonato. Arriviamo a casa, finalmente. Mi tolgo il cappotto, getto in doccia i ragazzi (che alla fine si docciano con acqua fredda, l’inconveniente di fare la doccia contemporaneamente) e metto l’acqua sul fuoco. Tortellini al sugo, schifosi in qualsiasi occasione, ma la nostra salvezza in questo caso. Alle cinque e mezza si va a dormire, felici perché è stata una serata epica e anormale. Ogni tanto ce lo possiamo permettere. Si, ogni tanto però.

CUARENTA Y UNO

Il mare è sempre una fonte d’ispirazione. Per chiunque, credo. E questa mattina era una di quelle mattine che necessitano ispirazione, il cielo azzurro non bastava. Ai bambini basta poco per divertirsi, loro hanno la capacità di reinventarsi e cambiare. Non sono statici e monotoni come quando si cresce, sanno evolversi. E soprattutto arrampicarsi su liane intrecciate. Li avrò fissati per venti minuti, sembravano tante piccole scimmiette sguinzagliate in completa libertà. Mai una caduta o un passo falso. Sapevano esattamente dove mettere i piedi e come muoversi. Io mi sono accontentata della sdraio, del mio libro e del sole caldo. Niente peripezie per me, grazie.

Il pomeriggio l’ho passato passeggiando per le strade del mio barrio cercando esattamente non so cosa, ma sono certa che qualcosa stavo cercando. Questa è stata la mia giornata.

lunedì 25 ottobre 2010

CUARENTA

Quanto diavolo è odioso essere svegliati dal cane del vicino di sopra che soffre di attacchi di panico e convulsioni e corre e abbaia all’infinito ogni volta che viene lasciato solo anche solo per andare a comprare il pane? Ma è ancora più odioso svegliarsi, guardare l’orologio e scoprire che mancavano ancora quei fatidici cinque minuti di sonno. Si perché gli ultimi cinque minuti valgono una notte intera di sonno, se te li passi male, sei finito. Il tempo rubato si trasforma in un senso di malessere generale che ti rimane sullo stomaco tutto il giorno. Invece quando sono uscita di casa la gente mi guardava. Non come incroci lo sguardo di un tizio che cammina in senso contrario al tuo sul marciapiede . Mi guardavano con talmente tanta violenza che per un momento ho pensato di avere qualche cosa in faccia. Così, con passo felpato e disinvolto, mi sono avvicinata ad una vetrina e con mia grande meraviglia ho scoperto il motivo di tutto. Oggi era una giornata intensa: sole caldo immerso in un blu carico e scintillante, vento forte e freddo come quello del nord, che mi ricordava le giornate di sci con papà a San Candido, e io ridevo. Uno di quei sorrisi tranquilli, nulla di speciale. Ma sentivo che mi era tornata la grinta e la carica che avevo perso da qualche giorno sotto il peso di una grande stanchezza fisica e mentale. Sarà che questo fine settimana rivedo i miei, riavrò i miei vestiti, mangerò cibo di un ristorante e mi farà una doccia di mezz’ora in albergo. Sarà che non mi preoccupa il naso che mi cola, perché sto annusando aria d’autunno, quella talmente tanto rarefatta da far male nel naso. Non so cosa sia ma oggi ero felice e ho scelto di esserlo per un po’.

Bene, il primo appuntamento di oggi è stato alla OTG (oficina de traball general) dietro casa mia, con tanto di coda, numerino e brutte notizie. Non è l’oficina giusta. Non scoraggiamoci, cazzo. Devo solo prendere una metro, cambiare per la rossa e scendere ad Arc de Triumf. Nulla di che dai, devo solo andare dall’altra parte della città. Scale mobili e lavori in corso. Incredibile, non c’è lavoro per nessuno, la Spagna è in crisi, ma per strada è pieno di cantieri. L’OTG a cui devo rivolgermi (spostata dall’altrapartedelmondo a causa dei lavori in corso nella strada della vecchia sede)è in un parco splendido, con gente che fa tai chi e ragazzi che leggono sdraiati nell’erba. Altra fil, altro ticket, altra attesa. Merda, non ho il libro. Così comincio il mio gioco preferito: guardare la gente e immaginarmi le loro vite. Dalle mie fantasie mentali vengono fuori storie talmente complicate che potrei davvero scriverci delle sceneggiature. Arriva il mio turno, la signoria del banco parla solo catalano. Quando mi deciderò ad andare al corso? Ci arrangiamo. Ma non è possibile, ad un servizio pubblico sfruttato per la maggior parte da stranieri ci mettono a lavorare una catalana D.O.C. Mi iscrivo con poche speranze che possano aiutarmi. Così esco da quel covo catalano emi trovo catapultata in un’altra città. Angoli remoti e sconosciuti sono strade di Brooklyn con palazzoni in mattoni rossi, asfalto nero pece e semafori appesi nel vuoto. Nei parchi si vola a Parigi, con mamme con passeggini e romantiche foglie autunnali cadute sul terreno sterrato. Il centro con i suoi palazzi stile vittoriano con finestre che riflettono il cielo, strade ricolme di taxi e gentleman in gessato con hamburger del McDonald’s in mano è tutta Oxford Street di Londra. Queste tre sono le mie preferite, e ne ho trovata una che le racchiude assieme. Non che a Barcellona manchi personalità. Le sue chiese gotiche e grottesche, i suoi vicoli bui e ambigui, le colline e il mare a due passi sono tutti segni speciali di questa città. Ma possiede l’anima e il pensiero si NY, Paris e London. La perfezione. Il pomeriggio sono andata all’ Istituto Italià a vedermi un film di Salvatores, SUD con Silvio Orlando, Claudia Neri e Claudio Bisio. Così ho scoperto anche una biblioteca italiana e una sessione di film gratuiti. Domani danno Il Decameron di Pasolini, vediamo se riesco ad andarci. Vi ricordate il casting fatto uno dei primi giorni che ero qui, quello in cui ero terrorizzata dall’idea di dover parlare? Bene, ci hanno preso! A tutti tranne che ad A. Effettivamente l’hanno preso, nel senso che hanno chiamato il suo amico credendo di convocare lui. E rimarranno delusi vedendosi arrivare Raul al posto suo. Peggio per loro. Così il 9 e il 10 novembre dalle sei del mattino alle cinque di pomeriggio sono convocata come comparsa all’Università Autonoma di Barcellona per la modica cifra di sessanta euro al giorno. Meglio che niente. Sono tante confezioni di latte, o tante scatole di cereali o pacchi di pasta. Agli sfizi nemmeno ci penso. Quelli oramai sono stati superati, a malincuore, ma superati. Ora vado in doccia sperando di far evaporare il raffreddore con una full immersion di aereosol fatto in casa. Etciù!

TRENTA Y OCHO

Naturalmente alla mostra di Pipiloti non ci siamo andati. Oramai ho capito come funziona: quando esterni i tuoi progetti, c’è una forza magica che compatte contro la tua forza di volontà e fa di tutto per sconvolgerti i piani. Però, almeno abbiamo rimandato Pipiloti per un buon motivo. Infatti alle sei di sera suona il citofono. Sono arrivati, meno male. Li vedo salire le scale e inconsciamente provo piacere vedendo la proprietaria dell’appartamento faticare sotto il peso della sua enorme Vuitton mentre sale quelle maledette scale. La segue un peruviano super basso con tanto di block notes e matita. Guarda persiane, parete e finestra del bagno, ci mette un secondo. Prende misure, calcola i prezzo freneticamente e se ne va farfugliando sottovoce qualche parola che non capisco. Tutto qui? Davvero abbiamo chiamato i proprietari due/ tre volte al giorno per un mese per farci mettere a posto il tutto e questo è il risultato? Cinque minuti di visita, grazie e arrivederci? Non era poi tanto complicato come ci hanno fatto credere quei due. Ora non ci manca altro che aspettare un altro mese per avere la casa tutta a posto.

Così, dopo aver lavorato un poco al mio Chuck, ho ottenuto il mio riscatto. Chic and shock, recitava il nome dell’evento. Pareva uno di quei party esclusivi milanesi, dove puoi entrare solo se sei “del giro”, omosessuale, amico di amici o figlio di un padre importante. Insomma, quello che non fa molto a caso mio. Ma decido di andarci, il motto dell’ultimo periodo (-Tanto non ho niente da fare.) oramai l’avete imparato. Mi aspettavo un attico mega galattico completo di vista notturna su Barcellona. Ma non era nulla di tutto questo. In poche parole Meli mi ha imbucato alla festa di benvenuto di una sua compagna di corso francese. Cosa che in Italia parrebbe scortese mentre qui è la perfetta normalità. Ma come potevo supporre la casa delle francesi è sporca, disordinata e piena di gente proveniente da ogni parte del mondo. Ne Meli, ne tantomeno io, avevamo preso di parola il nome dell’invito. Così ci siamo vestite normalmente, come un sabato qualunque. Ma avvicinandoci al salone ci accorgiamo che è pieno di gente vestita elegante di sopra e scoordinata di sotto. Come un ragazzo francese in giacca e cravatta e in pantaloni del pigiama. Oppure una ragazza italiana in maglione e pantaloni del fidanzato stile rapper. E ancora: un ragazzo in camicia, jeans e scarpe con il tacco. A differenza di quello che mi aspettavo, Manu, la ragazza francese, è simpaticissima e gentile come tutti quelli che mi circondano. Gente del Portogallo, Polonia, Germania, Spagna, Italia e tanta tanta Francia. Mi piacciono queste serate multiculturali. Ma soprattutto mi piace la sangria fatta in un catino per lavare i panni (spero pulito) con tanto di mestolo per versarla nei classici bicchieri da festa di plastica con nome in indelebile scritto sopra. E poi mi piacciono le tartine di queste feste, le insalate di riso, il vino degli invitati. Insomma tutto. Dopo ore di chiacchiere in ogni lingua del mondo non so più che lingua parlo se tedesco, portoghese/spagnolo, inglese o italiano. E con la mia confusione in testa, alimentata forse anche dalla sangria, e dopo una lunga chiacchierata con gli italiani in mezzo alla strada alle due di notte, ce ne torniamo a casa a riposare. Domani ci aspetta un altro giorno di giri, gente e cose da fare.

sabato 23 ottobre 2010

TRENTA Y SIETE


Niente. Non riesco a stare al passo. Un po per pigrizia e un po per mancanza di tempo (e di cose da raccontare, anche). Quindi riassumo i giorni di giovedì e venerdì. Vediamo, giovedì è stat una giornata regolare dato che non mi ricordo assolutamente quello che ho fatto. Quindi suppongo che fosse nella norma più assoluta. E sapere già quale è la routine dei miei giorni “normali”. La sera invece me la ricordo bene dato che l’ha passata interamente a cercare di capire i doppi sensi di un comico-musicista e del suo spettacolo. Trovare la Taverna Del Minotauro è stato difficile dato che da fuori è una bettola in completo stile carrugio genovese, sporca e dalla clientela poco raccomandabile. Sulla destra però vediamo delle scale, spinti dalla curiosità le scendiamo e ci troviamo in una vera taverna con tanto di soffitto con archi in mattoni, calcetti, un palco e la birra più cara della storia. Inizia lo spettacolo, tutti ridono. Io arrivo tardi ad ogni battuta e mi ritrovo a ridere fuori tempo. Ma la musica è talmente buona che questo Dr. Fargo ha anche un gruppo di suoi fan (uno, per la precisione) che conoscono a memoria tutte le canzoni e lo fissano con devota ammirazione. Finito il concerto-cabaret A. propone una sfida a calcetto. - Un gioco da ragazzi - penso. E invece mi ricredo. Sarà che qui gli omini dei calcetti sono in ferro, quindi pesantissimi, sarà stata la birra o non lo so, ma vince spudoratamente. Aspetto solo di trovare un calcetto giusto, e poi vendicherò il mio onore di giocatrice nazionale di calcio balilla, caro A. Quando usciamo comincia la lunga camminata e la estenuante ricerca di una fermata dell’autobus notturno che ci riporti a casa. Così camminiamo fino alla Sagrada Familia e qui la incontriamo per caso. Un viaggio infinito per tutti i quartieri di Barcellona ci attendeva. Ma stiamo cominciando ad apprezzarli questi viaggetti, perché alla fine di tutte le curve, le frenate moleste e la gente improbabile che sale c’è il piumone. Così mi addormento nel mio comodo materasso con quelle comode molle che mi vogliono talmente bene che per starmi il più vicino possibile cercano di conficcarsi ogni notte nel mio costato. Ma che ci vuoi fare, sono fatte così le molle dei materassi. Ad ognuno il suo.

Venerdì mattina giro di c.v. per la Rambla, libreria di cinema, e filmoteca. Quest’ultimo in particolare è stato un posto interessante. Una vera e propria biblioteca, con corridoi senza uscita in cui l’odore dei libri ti invade le narici e ci mette un giorno ad andarsene. Il sole era talmente caldo che ho pensato di andarmene al mare a leggere il mio nuovo libro di Robert Cook, intencion criminal . Invece torno a casa, mangio e mi guardo il primo film scaricato da internet. Ce l’ho fatta, dopo anni passati in rete a cercare di possedere con orgoglio un film scaricato illegalmente da internet, ieri ci sono riuscita. È tanto gratificante come parlare quasi fluidamente spagnolo con spagnoli e sapere che ogni parola l’ho appresa da sola, senza aiuto di nessuno. Ogni singola parola è frutto del mio impegno. Questo si che è orgoglio di se stessi. Tornando al film, Burn after reading dei fratelli Coen, merita parecchio. Grazie, ogni pellicola dei Coen merita. Sarà stata la soddisfazione che me l’ha fatta apprezzare così tanto forse. Un poco di spesa, dato che il mio frigo piangeva e poi via fuori a conoscere nuova gente. Mi porto dietro la Nere che altrimenti sarebbe stata a casa sola. Arriviamo a casa della Meli e mi accorgo che siamo tutte italiane. Ma non è un problema, parliamo spagnolo o quando parliamo italiano traduciamo anche per lei. Ci raccontiamo le nostre storie (rimangono affascinate dalla mia, che in fondo non ha nulla di speciale) e io rimango affascinata dalle loro. Specialmente da quella di Diletta che partirà verso l’ignoto e andrà a fare volontariato in Africa l’anno prossimo. Dopodiché usciamo. Meta: la Barceloneta. La zona non è delle migliori ma ci sono molti ragazzi in giro. Così imbocchiamo una stradina verso l’interno del quartiere e troviamo il Filespinado, un localino gestito da italiano che sono qui da talmente tanto tempo che hanno perso l’accento. Sangria? Si, sangria. Ma non una, bensì due. Chiacchiere internazionali con tanto di paragoni e imitazioni delle varie classi sociali italiane e spagnole. Scopriamo anche che Nerea è UGUALE alla Hepburn. Così quando ci alziamo, le due sangrie volano alla testa e siamo tutte più felici. La serata si conclude con un altro di quei stramaledetti viaggi in autobus. La serata è stata bella, mi sono sentita a casa. È strano, quando più mi sentivo sola, fragile e vulnerabile, senza nessuno che potesse tirarmi su, si sono presentate loro che mi hanno rivitalizzato. Più si scappa dall’Italia più gli italiani ci fanno sentire a casa. E adesso con il profumino di pesce che proviene dalla cucina del cuoco che vive sotto casa vado a mangiare qualcosa, altrimenti svengo, fingendo che ciò che mangio sia un branzino della mamma. Oggi pomeriggio dovremmo (uso il condizionale, perché ogni volta che anticipo qui i progetti, qualcosa va storto) andare a vedere la mostra di Pipiloti alla Fundaciò Juan Mirò al Montjuic. È quasi un mese che tentiamo di andare, speriamo in bene per oggi.

Ora però l’odore di pesce ha invaso tutta casa. È vomitevole, cazzo.

giovedì 21 ottobre 2010

TRENTA Y CUATRO


Stanotte freddo e luce perennemente puntata negli occhi, ma il risveglio non ha avuto prezzo. Ero troppo di fretta quindi niente colazione, ed è per questo che quando sono arrivata a casa mi sarei mangiata un bue intero. Senza cucinarlo. Il pomeriggio l’ho passato facendomi i fatti miei a casa. Biografie di Pasolini, Hitchcock e Bukowski. Filmografia dei Coen e di Spielberg. Mi sto accorgendo di quanto sia divertente vivere con Marta e Nerea, soprattutto per il fattore lingua. Loro mi chiedono una cosa, io capisco altro e rispondo mostrando il miglior spagnolo che possiedo. E quando realizzo quello che realmente mi hanno domandato è troppo tardi per rimediare e seguo dritta finendo il mio argomento. Loro oramai ci stanno facendo l’abitudine e mi lasciano parlare correggendomi con gentilezza e ascoltando quello che dico. Per le cose importanti ci capiamo senza problemi. La convivenza è tranquilla, ognuna si fa i fatti propri e ci lasciamo in pace quando siamo incazzate, ma la sera tutte sul mini divano a vedere la tele commentando come vecchiette pettegole tutto quello che succede. È bello. Non voglio andarmene. Alle sei e mezza c’è la riunione di buon vicinato e decido di andare a piedi, sempre per il fattore risparmio, cambiando strada però. Ho deciso di cambiare ogni volta strada, anche se la meta è la stessa. Primo per vedere quale mi risparmia fatica e tempo e secondo per vedere cose nuove. Per esempio oggi ho scoperto un parco stupendo dietro la stazione di Sants con fontane e scivoli giganti per i bambini. Vecchietti che passeggiano e coppie innamorate. Il solito. L’ajuntamento è sempre più imponente e terrificante. Un edificio gotico con vetri oscurati all’esterno così che sembri completamente abbandonato. In realtà ci sono mille attività. La riunione di “buon vicinato” ad esempio è una di queste. All’ora stabilita ci viene a prendere nel salone d’attesa una ragazza paffutella e incinta che con un gran sorrisone ci fa sentire meno immigrati. La mia faccia forse possiede i tratti tipici italiani senza che io ne sia consapevole, ma sta di fatto che riconosce subito la mia nazionalità. Gli altri provengono da ogni parte del mondo: un ragazzo turco con traduttore a seguito, due superbiondi svedesi in Erasmus, una quindicenne peruviana qui da sola senza lavoro ne famiglia (che tenerezza), un’argentina con nazionalità tedesca. E ancora una cilena sposata con un francese con tanto di doppio cognome, un equadoregno con faccia da rumeno, una coppia francese che parlava solo a voce bassissima e altre tre donne dalla nazionalità non meglio identificata. Il tempo trascorre tranquillamente tra domande frequenti e risposte cortesi. Vengo a sapere di un ufficio apposta per chi è senza lavoro, di corsi di catalano (voglio imparare anche quello) e castigliano gratuiti, di assistenza psicologica gratuita. Insomma meno male che ho fatto questa cosa. Farò tutto, dall’agenzia di collocamento allo psicologo. Frutterò al massimo tutto quello che mi possono offrire. Così torno a casa felice, consapevole che domani avrò qualche cosa da fare, finalmente. Dopo aver finito quasi tutte le riserve del mio frigorifero con tanto di tortilla, pomodori e carote, finisco di vedere la partita con Marta, facciamo scommesse su quanto ci metterà Dani ad arrivare qui per vedere una peli con Nerea, ritiriamo la roba stesa. Insomma tutto normale. Decido di andare a letto, troppo freddo e i miei occhi si stavano chiudendo del tutto. Così mi alzo, mi dirigo verso il bagno, apro al porta. Non faccio in tempo a realizzare ne le dimensioni ne l’entità di ciò che si stava muovendo nel suolo. Abbiamo un problema. Torno in sala, guardo Marta che dallo schifo dipinto sulla mia faccia capisce al volo. Il mostro schifoso con mille gambette magre si muove rapido nel bagno fino a rintanarsi nello stipite della porta. Dopo attimi di panico generale, di isterismi e di sudori freddi, l’illuminazione. La lacca. Lo immobilizziamo nello stipite, lo intossichiamo e poi lo tiriamo fuori e lo schiacciamo. Si certo come no. E invece facendoci forza, ce l’abbiamo fatta. Marta mi caricava come fanno gli allenatori dei pugili gasandomi dicendo che ero più forte di quello schifo, che ero temerario, che potevo farcela. Al finale abbiamo riempito scotch la finestra rotta del bagno da cui questi esseri ignobili e indegni entrano in casa nostra. E alla fine siamo andate a dormire con lo schifo addosso ma sentendoci forti come un pesticida. Domani chiamiamo la disinfestazione.

martedì 19 ottobre 2010

TRENTA Y TRES

La giornata di ieri è stat decisamente poco interessante. Ho comprato del muesli, del latte, succo di frutta. Ho fatto al tessea della biblioteca e le fotocopie dl curriculum. Colma di brivido vero?


Oggi invece comincia decisamente male (svegliata dal cellulare che suona) ma cambia poco dopo. Al telefono mi sveglia una voce di donna, chi diavolo sei?, che mi dice di presentarmi domani al comune per quel famoso meeting organizzato dall’ ajuntamento per i nuovi arrivati a Barcellona. Una sorta di corso di buon vicinato. Mi ha anche detto che c’è una sessione apposta per chi cerca lavoro, domani, ore diciotto e trenta. Speriamo. Mi rigiro, incazzata, nel mio piumone. Ancora cinque minuti, e poi anche se fosse mezz’ora, non ho niente da fare. Noente oggi non vogliono farmi dormire, altro messaggio. Melissa che mi chiede aiuto per camera sua. Oddio, penso, che è successo? Niente di grave, meno male, ma ho trovato qualche cosa da fare. Mi vesto con calma, mangio il muesli comprato ieri, ed esco. Metro, libro e vento che mi sposta le pagine. Fermata Poblesec, Carrer Viladomat, primero primo. La camera non ha nulla di bruciato, rotto o fuori posto. Solo necessitava l’approvazione per la nuova disposizione dei mobili. Decidiamo di uscire. Meta, la nostra preferita: dejar curriculum! Prima un salto alla Boqueria, quel piccolo angolo sudicio e gremito di ogni sorta di personaggio esistente in questo mondo. Costolette di maiale accanto a vassoi di bomboniere di cioccolato al latte. Di tutto e di più. Mosche e rifiuti gettati agli angoli delle strade. Cani randagi elemosinano scarti. La legge della sopravvivenza. Tento di mangiare qualcosa, ma oggi non è la mia giornata. Niente mi attira/ispira, quindi attendo il momento dello shining (che all’alba delle sette e mezza, non è ancora arrivato). Caffè con c.v. annesso, oramai è una tattica: indifferenza iniziale e al momento di pagare, taac, curriculum! Oramai ci capiamo, basta uno sguardo e ci muoviamo in contemporanea. È che siamo nella stessa situazione io e Meli, quindi ci comprendiamo e ci facciamo compagnia. Metodo infallibile comunque. Infallibile vi dico. Cambio meta, IKEA. Di nuovo, ma la amo. Che ci posso fare? Sta volta però non è per me. Giretto turistico attraverso cuscini, asciugamani, peluches per bambini e bicchieri. Troviamo di tutto e anche di meglio, e naturalmente....lasciamo il curriculum anche qui. Potrei chiamarlo Curriculum vitae, ogni vita ha un suo destino. Non chiedetemi cosa, è ancora tutto solo nella mia testa. Autobus al ritorno e camminata solita da Plaça Espanya al mio appartamento. Oramai è come un rito, una pausa di riflessione. Camminare mi ha sempre aiutato a pensare, non riesco a farlo quando sono ferma. C’è chi si sdraia, chi ci dorme sopra e chi cammina, corre, gira in macchina. Io appartengo alla seconda categoria. Di quelli che non riescono a non far nulla e anche se sembra che non stiano facendo nulla, nella loro mente si scatena un urgano di mondi e di cose da fare, creare, costruire. Peccato che di tutto quello che penso faccia un quarto, o anche meno. Dovrei darmi più credito e cominciare davvero a fare quello che penso. Si penso che comincerò da oggi. Non a sopravvalutarmi, ma a stimare sinceramente quello che penso. Stasera casa dei ragazzi tra chitarre e birra, alla Bukowski. Ci piace così.

Ora scusate, ma mi è venuta fame. È il mio momento.


lunedì 18 ottobre 2010

TRENTA Y UNO


Dopo il ritorno alle quattro di domenica niente sveglia, grazie. Mi sveglia comunque un messaggio di A. in cui mi avvisa che mezz’ora dopo comincia il festival a Sitges a cui vorremmo tanto andare. Il problema è che nessuno dei due si era reso davvero conto dell’orario. Così mi butto in doccia. Oggi posso concedermi un caffè. Ma è possibile che l’unico giorno in cui decido di potermi permettere un cappuccino, il mio favoloso bar sotto casa sia chiuso? È una congiura, ne sono certa. Alla fine riusciamo a prendere il treno e dopo un’oretta di viaggio siamo arrivati. Cartelli da ogni parte ci informano dove sono le varie sale di riproduzione e quali i film in programmazione. Così scegliamo il programma del Miramar e corriamo sotto il sole caldo dall’altra parte della cittadina. Oggi c’è profumo di inverno, quello che riconosci quando respirando il freddo ti entra nel naso e ci rimane per un po’. La corsa non è servita a nulla, perché qui non ci sono più posti, o meglio ce n’è uno, ma noi siamo in tre. Di tornare a casa a mani non se ne parla nemmeno, così prendiamo i biglietti e ci incamminiamo di nuove sulla strada da cui siamo venuti per un’altra maratona. Film uno: Red Night, produzione francese, regia giapponese. Peggiore di Hostel di Tarantino, e ho detto tutto. Buona la trama, adoro i film in cui non ci sono buoni, ma in cui ogni personaggio ha del malvagio in sé ma metà del film l’ho passata con la mano sugli occhi come le bambine, mi facevo tenerezza da sola, mentre Adri mi tirava gomitate mentre rideva sonoramente. Agli uomini questi film fanno decisamente un altro effetto. Film due: produzione di “nonlosoenonmiinteressa”, regia idem. Uno schifo, due ore di schifo e noia. Con samurai volanti e tigri che si trasformano in uomini. Almeno questo è quello che ho visto, ma forse stavo già dormendo. Film tre: Mama’s day, geniale quasi al livello di funny game. Quasi però, perché dall’analisi che ne abbiamo fatto dopo è saltato fuori un finale forzato e forse troppa commercializzazione. Dare al pubblico ciò che si aspetta no rende un film eccezionale, lo rende apprezzabile alla massa. Finita anche questa peli si fanno le undici e un quarto e mezz’ora dopo c’è l’autobus. Peccato che siamo una marea e il primo si riempie subito. Così attendiamo al gelo (oggi vado a comparami qualcosa di caldo) un altro quarto d’ora che si trasforma facilmente in venti minuti e mezz’ora. Stavo nel mezzo di una mia riflessione quando A. se ne esce con una delle sue perle: “chissà se vale il biglietto T-10 della metro”. La mia risata è sonora e prolungata. “Cha cazzata, penso io, però apprezzo l’ironia”. È sottile il suo cinismo e a detta sua tutti diventano un po’ imbecilli a stare con lui. Peggiorerò? Quando arriva il secondo autobus però mi ricredo. Cazzo, il T-10 vale davvero come biglietto. Umiliata e derisa a mia volta con lui che mi guardava soddisfatto mentre timbravo il biglietto. Gli unici posti che abbiamo trovato sono in fondo, come i liceali in gita, solo che a me tocca il posto centrale e dopo una sessione di film violenti e angoscianti stile Shining non è il massimo. Soprattutto se il pullman sta risalendo una montagna su una strada piena di dossi. Così rifugio il mio naso gelato nel maglione di A. provando a dormire. Quando riapro gli occhi sono in Plaça Espanya. Grazie, sono viva! Paseggiatina a piedi nella notte, Plaça de Sants, Numancia, casa. Quando torno trovo tutte qui ancora sveglia. Pizza surgelata davanti alla tele, dato che alla fine non ho mangiato nulla tutto il giorno, e nanna al caldo. Giuro che oggi vado a comprami qualcosa di caldo. Così non va affatto bene!

TRENTA



Che traguardo. Oggi facciamo un mese io e Barcellona. Un mese di luoghi sconosciuti e porte da aprire. Un mese difficile ma anche divertente e di crescita. Mi sento diversa, cambiata radicalmente. Meno illusa, più attenta e consapevole.

Ieri la meta è stata un concerto jazz, birra e un simpatico viaggetto in bicing. Riconosciamo quasi subito la biblioteca comunale dalla musica . Il concerto finisce abbastanza presto, così decidiamo di dirigerci verso il gotico. Non l’avessimo mai fatto. Prendiamo una bici del bicing, il sul sellino (mmm che comodo!) e cominciamo la traversata. All’Arc de Tromf ci fermiamo, molliamo la bici, non senza problemi di luci lampeggianti e sirene che suonano, e continuiamo la notte a zonzo, rimbalzando da un pub ad un altro, ficcando il naso dentro per ascoltare la musica e scegliere. È così oramai: la musica è la nostra colonna sonora, più importante dell’ossigeno. Vagando senza meta ci siamo imbattuti in un sudicio pub annebbiato dal fumo, dove anche i clienti sembravano usciti da un racconto noir, e per finire nel solito bar di torinesi. Il Nit bus alla fine ci ha portati a casa non senza risparmiarci un favoloso giro turistico di Barcellona di notte, dove l’anima delle città si risveglia. C’è sempre qualcuno in giro, a qualsiasi ora e in qualsiasi luogo. Qualcuno che cammina o passeggia con il cane. Questa città non si ferma, il suo scheletro in continua costruzione borbotta continuamente mentre degli operai appesi nel vuoto sul profilo di un palazzo schizzano scintille incandescenti nella notte. È rassicurante tornare a casa propria dopo una serata così sapendo che c’è il mio bel piumotto che mi attende.

E così la sveglia ha suonato a mezzogiorno, oggi è sabato, si può dormire un pochino di più. Colazione, scarpe e via verso casa della Meli. Un panino al volo (siamo tenere, risparmiamo anche sul cibo: tre euro un bodadillo gigante e una bibita) e ci dirigiamo verso il luogo prescelto: Turò de la Riveira, una ex piattaforma antiaerea semi sconosciuta. A quanto pare non è così turistico come pensavamo, la maggior parte della gente ci guarda confusa quando per chiedere informazioni tentiamo di pronunciare quel nome impossibile. Ma i tassisti sono sempre i migliori del mondo. Sanno tutto, come ci si arriva e sono anche gentili, mica come quella vecchietta mezza pazza che ci ha mandato esattamente nella direzione opposta. Mai ascoltare le vecchiette mezze pazze. Statue ai tassisti, in compenso. La parola del giorno è: RASSODA! Una salita infinita, ma infinita dico. Scale infinite, infinite dico. E al finale, ci troviamo sul tetto del mondo. Un insieme di rovine decadenti, avvolte da graffiti di ogni tipo. Normalmente un posto del genere dovrebbe essere dimenticato da dio, e invece è pieno di ragazzi, coppiette, famiglie che girovagano su e giù per le numerose scale che portano in stanze segrete. Eppure l’atmosfera è tranquilla, le voci sono basse e il sole caldo. Sarà che il vento si porta via le parole ma il silenzio è impressionante di fronte alla vista mozzafiato. È come avere una montagna all’altezza di Porta Venezia da cui osservare il Duomo in tutta tranquillità. Da questa distanza (che poi è solo qualche chilometro dal mare) la città sembra silenziosa e quieta, un insolito scenario per Barcellona. Due anziani passeggiano per mano mentre una coppia si abbraccia di fronte a questa vista favolosa. La discesa è certamente meno faticosa e in un attimo siamo di nuovo nel mondo reale. Metro e di nuovo a casa. Doccia, cibo e nuovamente fuori. Appuntamento a Horta della linea rossa. In pratica significa ritornare dove ho passato il pomeriggio. Lì mi aspettano i ragazzi e un concerto blues/soul di un gruppo davvero bravo. Il primo chitarrista: Bob Dylan. Il cantante: un tizio di una bande che conosce A. E il secondo chitarrista: uno dei Bee Gees. Rimaniamo incantati dall’energia e dalla loro bravura mentre cantano Ray Charles e Janis Joplin. Finito il primo concerto veniamo a sapere che erano solo il gruppo di apertura del gruppo più famoso (personalmente mai sentiti, ma io non conto), i Blue Pie, un gruppo hippy visto e rivisto, masticato già mille volte e troppo ostentato. Il cantante al finale ha anche imitato, parola per parola, una frase di Woodstock invitandoci tutti sul palco a cantare con lui. Si bello, ma emozioni trasmesse da loro zero. Finito il tutto ritorniamo in città con l’obbiettivo di trovare un bar dove la birra vale novantacinque centesimi. Peccato che quando lo troviamo è “più chiuso di Josè” (citazione). Ci buttiamo in quello di fianco, dove vale un euro, meglio di niente. E dopo qualche indecisione sul da farsi, direzione casa, due binari diversi. Ogni tanto ho il brutto vizio di decidere per le altre persone quello che va bene a loro. Non è presunzione, è che ogni tanto sono un disastro. Ma chi non lo è in questa vita, in questo mondo?

venerdì 15 ottobre 2010

VEINTE Y OCHO, VEINTE Y NUEVE



Giovedì è passato velocemente. Quando ha suonato la sveglia i miei piedi erano belli al caldo. Che bello! Quando ho scansato le coperte per alzarmi, invece, il gelo ha avviluppato il mio corpo. Dannazione! Sto prendendo l’abitudine di fare colazione. Mica come quando andavamo al liceo e non mangiavamo nulla per poi fiondarci sul banchetto del bar all’intervallo. Ma quanto erano buone le focaccine con cotoletta? La Protti lo sa, avremmo potuto vivere solo di quei fottutissimi grassi idrogenati e preconfezionati a vita. Ma poi la scuola finisce e ti ritrovi a comparare mezzo chilo di prosciutto in confezione omaggio al Mercadona. E al posto della maionese c’è la salsa yogurt che costa meno, e il pane è in cassetta, mica focaccia. E quanto mancano le lezioni di italiano della Villani, quando con la J ci gasavamo se sottovoce azzeccavamo il senso della poesia o quando eravamo capaci di discutere per ore di libri di cui non ricordavamo nemmeno la copertina. Quelli si che erano attimi di brivido, peggio delle interrogazioni. Adesso invece ci sono corsi gratis di spagnolo offerti dal comune a cui non puoi entrare perché il tuo livello di spagnolo è già avanzato. Gratifica certamente, l’ho imparato da sola, però che cacchio, voglio migliorarlo. Allora ti trovano un corso di ortografia il venerdì alle cinque e uno di dibattito linguistico il lunedì alle nove. Mica male. Tutto gratis. Lunedì comincio. Nel frattempo tanti contstti me poche risposte. Male, molto male. Per la sera faccio la pazzia: prendere la bici, pedalare fino a Espanya, una ragazza in bici mi affianca chiedendomi dove ho preso il cappello credendomi inglese, giù ditto per Para.lel, gente poco affidabile ferma ai semafori, sempre todo recto per Zona Franca, buche e fango, svolta a destra ed eccoci qui. In anticipo, mi sto migliorando. Dal ritardo cronico alla mezz’ora di anticipo con tanto di congelamento. Mi sento una liceale che aspetta il suo bello al fine delle lezioni. Che carina. Strada a rotroso, con annessi i soliti problemi di A. nel scegliere le bici adatte (se non sono rotte o non hanno qualche cosa che non va non è contento). Gare sui marciapiedi schivando cani e gente fino a casa, vino troppo scadente, mal di testa, tante risate e pizza alle due e mezzo. Sono troppe le cose da dire. Sono troppe le cose che ci siamo detti. Devo ancora ripassarle tutte per capirle. Per il momento mi metto un attimo di pausa per assaporare il tutto.


Stamattina l’indecisione era grande. Andare o non andare? Sembra un posto regolare, sito professionale e mail cortesi. Che faccio. Che faccio.

Non vado. Mi lavo i denti. Cambio idea. Ci vado. Fermata Lesseps, mi perdo, naturalmente. Non capisco ancora da che cacchio di parte sia il mare e mi sembra di essere già stata in tutti i posti che vedo. Credo di avere dei problemi belli gravi. D’improvviso trovo la strada, non senza aver chiesto ad una simpatica signora. Mi scambiano per una del posto, oggi in tre mi hanno chiesto indicazioni stradali. Presa di sorpresa la mia vanità è stata tentata di fingersi davvero una spagnola ma il mio giudizio (anche se poco) mi faceva pensare a qui poveretti persi per Barcellona sotto indicazioni false di una stronza vanitosa. Non era il caso. Quindi: scusate ma non sono di qui. Trovo l’agenzia ma nessuno risponde al citofono. In realtà nessuno risponde a nessun citofono della casa. Forse non va, nel mentre aspetto che entri qualcuno.dopo qualche minuto arriva una ragazza, apre il portone, mi guarda e mi dice: “Fifth avenue?” “Si.” “Vamos.” Va bene. Sorriso, profilo, mani uno, mani due. Camminata, video. Che scema io che mi aspettavo un casting in perizoma e topless. Forse come dice qualcuno davvero sto cominciando a diventare un po più ingenua di prima. Mi devo purificare, smettendola di programmare le mie emozioni come se avessero un momento di inizio e uno di fine. Può capitarti un’emozione che nemmeno conosci in qualsiasi momento della giornata. Oppure puoi accorgerti di non provarne alcune. È solo una questione di aprirsi e lasciarsi andare. E questa filosofia di cambiamento mi piace. Pomeriggio in casa, filmetto al calduccio, pasta al pesto ricordandomi che le mie donne ora sono al mare a festeggiare. Le invidio e mi mancano. Se state leggendo, pensatemi promessine. Adesso si pensa alla serata, è venerdì e la notte ci appartiene. Buona serata a tutti.

mercoledì 13 ottobre 2010

VEINTE Y SIETE


Se posso consigliarvi un film, ecco quello è Senza controllo con Clive Owen, Vincent Cassel e la ex moglie di Brad Pitt di cui ora non ricordo il nome. Bello, emozionante e d’azione. Ieri io e Nere sembravamo due invasate, saltavamo sul divano ad ogni scena, gridavamo al protagonista cosa doveva fare e capire. Che bello trovarsi a condividere la casa con una che si fa prendere dai film più di me! E pensare che l’aveva anche già visto! Alla fine sono andata a letto all’una, relativamente presto data la media di orario di Palafrugell. Sveglia alle otto e trenta, caffè solubile, biscotti, calze rotte e chiavi in mano. Prima scuola, seconda, terza. Quando cominciamo un cammino a tappe, e ci troviamo a pianificare l’ordine degli stop, in un certo senso abbiamo già fatto al nostra scelta. È sempre la prima. Così domani mi iscrivo ad un corso intensivo di spagnolo, due giorni alla settimana, due ore al giorno con diversi orari, due mesi di corso. Nuovo numero da giocare: DUE. Dopo una piccola tappa da H&M a comparare un cappello alla Annie Hall (sapete, incredibilmente in tre giorni, è sceso il freddo) mi ritiro a casa a pranzare. Alle tre esco di nuovo: direzione IKEA. Si perché non riesco ad aspettare l’arrivo dei miei tra un mese per le coperte. Stanotte stavo ibernando, il braccio mi si era congelato e comincia a colarmi il naso. Non che il freddo sia polare, però di botto si sente. Come succede qui spesso e volentieri, arrivare all’IKEA è semplice e comodo. Plaça de Espanya, qualsiasi autobus ti porta davanti all’IKEA. Per girare bene una città bisogna però munirsi di pazienza, umiltà e sorrisi. Così ho ottenuto due accompagnamenti da due signore carinissime che si sono offerte di avvisarmi alla fermata giusta. Anche gli autisti sono simpatici. Solo che qui DEVI pagare il biglietto. Mica come sul tre di Gratosoglio, anche siamo stati tutti capaci di prendere una multa anche lì. “Fermata IKEA”, scendo, mi guardo intorno. Non la vedo, non la vedo. Non la vedo perché ce l’ho sotto il naso.

Che mondo fantastico che è questo enorme prefabbricato blu. E poi è uguale ovunque. Gli stessi percorsi e gli stessi articoli. Così non ci perdi le ore ad ambientarti. Ma anche qui sono capace di passarci ore (e dico ore) comunque. Ci potrei vivere anche. Cambiare letto ogni notte, fare colazione ogni mattina in una cucina diversa e provare tutti i divani del mondo. Ma soprattutto mangiare polpettine svedesi ogni santissimo giorno. Mi ricordano quelle domeniche mattina, quando si tornava a casa dai giri mattinieri troppo tardi per cucinare e quindi vai di polpettine con marmellata di mirtilli e purè di patate! PIU-MO-NE! PIU-MO-NE! Che buono l’odore di nuovo! CU-SCI-NO! CU-SCI-NO! Non vedo l’ora di andare a dormire stanotte! Ah già, programmi per stasera? Nessuno. Mi devo attivare.

Buenas tarde!

VEINTE Y SEIS

Giornata tranquilla oggi. Sveglia all’ora di pranzo, qui non si fa altro che mangiare. Siamo in troppi per mangiare tutti patatine fritte calde, così ci si divide in due tavolate. Quando cucina mamma Emilia e non si ferma un attimo, mai stanca, mai sbattuta. Ero tranquilla sul divano a leggere il mio nuovo fantastico libro Todo està iluminado di Safran Foer, in pieno abbiocco post-pranzo, quando ad A. Viene in mente il diabolico piano a cui sta lavorando da una settimana: farmi vedere Cabaret con Liza Minelli, a suo parere un must per chi ama il musical. Peccato che io non avessi nessuna, e dico nessuna, minima intenzione di vederlo. E in più Liza-nasona-Minelli mi sta anche sulle palle. E grazie a dio Sara concordava con me dato che in quella casa era come una diva! Bene dopo un’ora e mezza di finta attenzione (in realtà sbirciavo fuori dalla finestra il vento fortissimo che sconvolgeva gli alberi) finalmente è giunta l’ora di andare. Chiuse le valigie si sale in macchina alla volta di Girona per accompagnare Arti e Sara all’ aeroporto. Saluti, baci e abbracci e di nuovo in macchina per la stazione. Tutto bene, fin qui. Siamo in coda per il biglietto, già scoraggiati per l’imminente partenza del treno che naturalmente perderemo vista la lentezza della coda, quando improvvisamente, dal nulla, sbuca una tizia con camicia a righine bianche e verdi, targhetta identificativa e scarpe improbabili. Di una così ti fidi, perché solo che lavora in stazione può accettare il compromesso di vestirsi così. Apro una parentesi: facciamo una petizione per questo problema del vestiario obbligatorio per chi lavora per i servizi pubblici. Spezzo una lancia a favore degli impiegati pubblici per la giustificata frustrazione che possono provare. Chiusa parentesi. Insomma, la tizia grida che il treno per Barcelona-Sants sta per partire, e che il biglietto si può fare sopra. Ci guardiamo e, come al solito senza dire nulla, ci capiamo. In un secondo siamo al binario. Fischio. Treno. Posto finestrino. Un’ora e mezza di interscambio culturale: io insegno italiano e A. spagnolo, tra strafalcioni e parole troppo difficili da spiegare. Ho problemi con il passato. Ha problemi con le L. Propera estaciò: Barcelona-Sants. Giunti a destinazione. Scendiamo e chi incontriamo? Nerea e Muli che erano sullo stesso treno, saliti alla fermata dopo la nostra. Ridiamo e raccontiamo che non abbiamo pagato. Perché loro non ridono? OH. Non mi piace, ridete ragazzi. Ho qualcosa in faccia? C’è un mostro dietro di me? OH. Per uscire dalla stazione devo esibire il biglietto? Che tonti. Dio che tonti. Ed è la seconda volta in due giorni che passiamo per scemi (episodio tapas). Mi sa che tra i due non so chi sia più ingenuo. Meglio in due che da soli. Un’amica di Nerea mi cede il suo mentre A. finge di averlo perso. Con la faccina da santo che riesce a fare, sicuro che lo fanno passare, penso io. Invece scopre che deve andare fino in Plaça de Catalunya a centro informazioni. Così ci lasciamo, in mezzo ad una stazione affollata, con la metro che fischia e le luci che fanno brillare gli occhi. Ed in testa una sola canzone.

martedì 12 ottobre 2010

VEINTE Y CINCO



“Ragazzi, ma lo sapete che ora sono?”

Mi giro nel letto, il mio braccio segue il movimento del corpo disegnando un arco in aria e piombando come morto sul pavimento. Dopo qualche tentativo trovo il cellulare tastando il terreno. La luce è accecante, mi entra negli occhi ed il fastidio è talmente molesto che mi sveglio all’istante, incazzata. Una e mezza. Oddio! “Ragazzi, tra mezz’ora andiamo!”. Scale di corsa. Doccia. Phard. Maglietta. Rimmel. Phon. Calze. Orecchini. Scarpe, pronta. Mi fermo un attimo. Respiro, aspetta: ma DOVE dobbiamo andare? Vengo sollevata di peso nel corridoio di casa e gettata, sempre si peso, in macchina. Dopo una mezz’ora di macchina in cui ho fatto da maestra ad A. che lentamente si sta auto-istruendo all’italiano, arriviamo a La Bisbal, una piccola corte di casette rosse con soffitti azzurro cielo e porticine minuscole d’ingresso. Ciottolato a terra e nubi grigie come contorno. Ancora non mi sono svegliata, che cosa devo fare qui? Entriamo in un ristorante. Che diavolo ci fa Nerea in cucina?

Un flash, compleanno di Prema, ristorante di Dani. Ora connetto, sono sveglia. Pica pica, insalate con uvetta, pollo con patate e gelato di frutta secca con liquore e cialda. Sto diventando una botte stando qui, ma come dice Melissa (che tra l’altro non vedo da una vita), è sempre colpa de ciclo: o ce l’hai, o deve arrivare o sei nel mezzo e il tuo umore è instabile. Dopo una serie di figure divertenti del mio compagno di giochi A. , sempre connesse con il cibo naturalmente, ci alziamo da tavola e ci dirigiamo a conoscere le abuele del paese, nonne di Dani. Qui le donne sono forti e vigorose, eleganti e decise. Possiedono grazia e carisma, e sono così da generazioni. Al rientro in casa ci siamo divertiti a farci tatuaggi e abbiamo deciso di andare al cinema. Sììììììììììì! Dopo venti giorni, finalmente cinema! Mi mancava: come esperienza in sapgna e come emozioni. Buried è a dir poco spettacolare. Rayan Raynolds ti tiene incollato allo schermo per novanta minuti, fino all’ultimo secondo, senza provare claustrofobia (è ambientata solo in una cassa in cui si risveglia il protagonista) ne noia. La sceneggiatura è preziosa, una grande critica senza risultare pesante o polemica. Se “In linea con l’assassino” vi è piaciuto, questo vi farà venire i brividi. Qui senza macchina non si vive. Per andare ovunque si deve prendere la macchina altrimenti rimani in casa tutti i giorni. Non potrei mai vivere in un paesino, che sia qui o in Italia.

Cena alle undici e mezza con ciò che rimaneva del pranzo di ieri davanti ad una peli. Woody Allen in Italiano sottotitolato. Annie Hall è magica, nevrotica e divertente. Mi ricorda qualcuno. In realtà l’intera coppia mi ricorda qualcuno. Come al solito si va a dormire alle tre, più tendenti alle tre e mezza, avendo cominciato a fantasticare su copioni immaginari e sceneggiature improbabili. Finalmente sonno con il gatto assassino ai piedi che ogni due per tre morte e fa il coniglio ai piedi. Questi sono giorni tranquilli, devo ricaricare le energie per riappropriarmi dell’onda positiva che ho perduto. E quale posto migliore di questa casa. Intanto un’agenzia mi ha contattato però è di hostess e promoter, per arrotondare non è male ma come primo lavoro non è molto il caso di farci affidamento. Speriamo, sempre speriamo e pensiamo positivo.

E domani è un giorno nuovo.

Baci, baci.

VEINTE Y CUATRO



Mi risveglio lentamente. Lentamente apro gli occhi. Sono per terra. Il mio materasso è su un pavimento di parquet. Il resto della stanza è illuminato da un raggio di luce che entra diretto dalla fessura tra le due porte semiaperte. L’odore di incenso è forte m gradevole. Dove diavolo sono? Mi giro lentamente nelle coperte. Una figura completamente nera è seduta nell’angolo buio. Metto a fuoco e mi tranquillizzo. È un Buddah. Ma dove diavolo sono? Dall’altra parte della stanza ci sono dei quadri addossati disordinatamente alla parete. Una mano rosa taglia una cipolla di Tropea con un tale realismo che mi riporta alla realtà. Sono nella stanza di meditazione. Non credevo di poter dormire così bene per terra. Il postino ha suonate tre volte? Io non ho sentito nulla. Vi è caduto un piatto? Io non ho sentito nulla. Avete fatto casino con i sacchetti della spesa? Niente, nemmeno quello ho sentito. Niente desayuno, è l’una passata, tra poco si mangia. Insalata magica di mamma Emilia (con mela, una polvere di birra e carote, una zuppa di lenticchie e peperoni e pechuga de polo. Non credevo nemmeno che tanto cibo sano potesse avere un sapore così buono e succoso. Ci alziamo da tavola alle cinque, Prema corre al lavoro. Momenti di vita quotidiani. La routine che un poco mi manca, quella di cui hai un po di nostalgia quando ti trovi incasinata e senza certezze. Quella da cui fuggi prendendo il primo treno libero. Pomeriggio gita a Girona. Piccola ma che magia con quelle piccole viette che salgono di fianco alla cattedrale. Decidiamo di prenderci una birretta. Troviamo una taverna basca con un bancone ricolmo di tapas super gorde e invitanti. Che storia, tapas gratis, la petizione di Facebook, in qui chiedevano di legalizzare le tapas gratis come patrimonio culturale della Spagna, è servita. Come al solito facciamo i cretini, perdiamo la cognizione del tempo e della quantità di tapas ingurgitate. Dobbiamo andare, chiediamo il conto e.....quattro euro e venti di birre e undici e ottanta di tapas! Sti cazzi che son gratis! Ci guardiamo e scoppiamo a ridere. Come due cretini, come abbiamo potuto pensare che fossero gratis? Che ridere!! Sulla strada per l’appuntamento troviamo di tutto: simpatici sexy shop (dove naturalmente siamo entrati, è più forte i me, tutti quegli aggeggi strani mi fanno troppo ridere), coffe shop dove puoi trovare tutto per coltivare la “tua amica”, negozi indiani con cappelli che più europei non si può e librerie di cinema (dove naturalmente siamo entrati e ci abbiamo passato una buona mezz’ora). Ritorniamo abbastanza tardi e troviamo la casa completamente invasa di gente. Emilia e Alejandro hanno deciso di festeggiare. Non si sa bene cosa, ma festeggiamo con una tavolata di cibo dalla pizza alle acciughe su pane e pomodoro. La compagnia è piacevole e interessante. Noi italiane (la ragazza di Arti, Sara, è veneta) siamo le direttrici di discorsi internazionali sulla traduzione di parole intraducibili e improbabili. Anche qui grandi risate. Dopo la cena gli uomini si ritirano nel seminterrato a suonare la chitarra elettrica mentre noi ragazze ci sediamo in cerchio dall’altra parte della stessa stanza a parlare del gossip più estremo. Mi sentivo una dodicenne alle feste di compleanno dei compagni di classe. Che tempi. Improvvisamente dalla cucina sale un grido: “Tiramisùùùù”. Ci fiondiamo di sopra a mangiare il favoloso dolce preparato da Sara nel pomeriggio. Ed è subito casa. Tisane, infusi, giochi di società e poker. E si fanno le tre di notte. La cuginetta dorme sul divano, Van Morrison suona nello stereo e io torno nel mio piccolo nido. Di nuovo tra quelle braccia calde e accoglienti.

VEINTE Y TRES


Oggi avevo bisogno di pensare. La situazione sta precipitando: no lavoro, no lavoro, no lavoro. Parco del Montjuic è l’ideale. Ho trovato il mio posto magico, quello in cui si va ogni volta che si ha bisogno di stare soli. Una tranquilla panchina sotto un glicine di un viola acceso mai visto in un angolino appartato di un giardino circondato da palme e colonne avvolte da liane. Un posto assurdo ma magico, come tutta Barça. Pensieri e pensieri, giungo ad una conclusione: se a fine mese non trovo lavoro torno indietro (ahimè) a Milano, mi trovo un lavoro lì e con i soldi che guadagno pago i tre mesi di preavviso della casa di qui. Bella come prospettiva ma è l’unica soluzione. Sta diventando noioso non avere nulla da fare ogni giorno, molto noioso. Non posso nemmeno vedermi la città come voglio io, perché devo risparmiare. Insomma sto precipitando. Ma almeno so per certo che non è colpa mia. Ho fatto il possibile, c.v. ovunque, mail ad ogni agenzia e documenti in regola. Ho fatto tutto il possibile.

Dopo questo attimo di malinconia e di sudore, oggi si moriva di caldo, scendo dal Montjuic. Appuntamento con Bruno all’università per una bella ubriacatura pomeridiana. La facoltà di belle arti è un casino totale. Entri con la sigaretta in bocca, tanto la gente che trovi dentro fuma anche di meglio. Al bar bevi alcolici portati da casa davanti a tutti, tanto il tuo vicino di tavolo è il tuo professore di scultura, e magari ti chiede anche un bicchiere! Poi puoi montare una cinta tra due alberi e, con la giusta quantità di alcol in corpo, puoi anche riuscire a camminarci sopra. Così ho passato il mio pomeriggio tra Pomada (un gin lemon meno amaro e molto molto rinfrescante) e nuove conoscenze. Qui è facile fare amicizia. Mai mi è capitato di sedermi ad una tavolata di completi sconosciuti, di cui due terzi sono donne, e non sentirmi gli occhi addosso. Anzi, sono stata tempestata di domande su di me e su cosa ci facessi qui. Qui le persone sono molto più aperte e predisposte a conoscere nuove gente. Amano la diversità e il multiculturale secondo loro porta innovazione e progresso. Ahi, quanti bei discorsi in classe con la Chinca su questo tema, quante discussioni e quanti disaccordi. Ma il vero senso lo capisco solo ora che queste cose le vivo sulla mia pelle, non leggendole su libri noiosi e vecchi.

Messaggio: cena in Gracia alle 21. Vaca Paca. La cena più disastrosa della mia vita: un ristorante a buffet libero e continuo nella più completa libertà. E dopo che Amar si stava portando via le pinze per prendere il pollo, dopo che Arti pensava di mangiare sempre nello stesso piatto senza che i camerieri te lo cambiassero con uno pulito e dopo che Nerea ha fatto un casino con il gelato al cioccolato pretendendo di prenderlo con le mani mentre continuava a colare dal distributore automatico (colato per terra un biscione di cioccolato sembra davvero cacca), loro devono partire per Pala. Sinceramente io, di rimanere a Barça, da sola a casa, in questo momento di instabilità mentale ed emotiva, non ne avevo molta voglia. Così prendo una delle mie solite decisioni impulsive, passiamo da casa, faccio la valigia e via per il ponte al mare.

Peccato che siamo partiti a mezzanotte e andando con molta calma siamo arrivati alle tre di notte, tutto bene. Qui è tranquillo, riposante, ci sono le pietre. Posso considerare le persone che mi ospitano a dormire sotto il loro tetto amici? Bene, allora qui ci sono anche i miei amici. Quindi vado a dormire serena, tra braccia accoglienti e calde che mi cullano.

Sono in pace.

Buona notte.

giovedì 7 ottobre 2010

DìA VEINTE Y DOS


Si può, al Mercadona. Succo di frutta a sessanta centesimi. Si può, al Mercadona. Vecchie che ti sorpassano in coda. Si può, al Mercadona. Dodici euro e due sacchettoni pieni. Si può, al Mercadona. Accorgersi di aver fatto due chilometri a piedi inutilmente perché esiste un Mercadona anche dietro casa tua. No, questo non si può. Stamattina mi ha colpito un raptus d’igiene ma di quelli pesanti. I muratori al piano di sotto stanno facendo un casino pauroso: polvere ovunque e trapani nelle orecchie alle dieci del mattino (e dopo essere tornata alle cinque non è il massimo). I miei vestiti sono inutilizzabili, pieni di polvere in ogni singola fibra. Quindi capelli legati, musica a palla e lavatrici, spugne, detergente e mollette. Durerà poco questa pulizia, ma almeno ci proviamo. Alle due e mezza, dopo aver chiacchierato un’oretta su skype con Fuffo (incazzato nero) e la Mamà, mi prende un altro raptus: cibo! Decido di fare un risotto. Si mi hanno detto che sono brava a cucinare, ma seguendo passo a passo tutte le indicazioni di mamma stava venendo bene o per lo meno aveva l’aspetto di un risotto “normale”. Ma dulcis in fundo, mentre sto per mettere l’ultimo pizzico di sale (non compro il dado, è fuori dal mio budget), me ne scivola un po troppo. Niente, non scoraggiamoci. Si può recuperare, saltando per la cucina, disperata mi obbligo a pensare. Pensa Giulia, pensa. Cosa puoi fare. Il sale si scioglie nell’acqua. Bene, rimetto il piatto nella padella, accendo il fuoco e aggiungo ancora acqua al risotto. Cinque minuti, è ora. Arriva il momento dell’assaggio e... niente. Oramai il sale fa parte di questo piatto. Pensa Giulia, pensa. E d’improvviso arriva l’illuminazione: frittata! Mi precipito in cucina, sempre saltando. Uno? Facciamo due (queste rientrano nel budget). Ma niente da fare. Fa schifo proprio. Cambiamo menu del giorno: panino con pechuga de pollo e philadelphia. Sostanzioso, gustoso e.. basta perché adesso ho una fame bestia. Bene, dopo questi due piccoli raptus, vengo presa anche da un terzo: riempire il frigorifero. Si può, con Mercadona. Cammino, cammino, cammino. Ma quanto cazzo dista? Stavo perdendo le speranze quando all’improvviso vedo dall’altro lato della strada due ragazzi. La scena la vivo a rallentatore. I due ridono, il sole li illumina e hanno i denti bianchissimi. Alti e belli, bellissimi. Ma non per il loro aspetto fisico o lo stile che potevano avere. Bellissimi, perché le loro lunghe braccia reggevano sei fantastici sacchetti di Mercadona. Questo significava che ero vicina. Quando esco di casa e mi do una meta, ogni volta è come una piccola caccia al tesoro e raggiungere la metà è una soddisfazione pazzesca. Mercadona è tutto quello elencato sopra: nonnine che ti fottono in fila, ragazze che a quanto pare si cibano solo di muesli e cassiere che non accettano la mia carta di credito perché dietro non è firmata. Ma quando mai me l’hanno chiesto?! Sulla strada del ritorno trovo un negozietto con tutto ad un euro, mi rifornisco dei trucchi spendendo l’equivalente di un mascara dell’ Esselunga. Giro l’angolo per imboccare Sants, e vedo un sacchetto del Mercadona. Come è possibile? Ed è stato proprio lì che mi si è gelato il sangue. Mi volto a destra, niente. Mi volto e sinistra, ed eccolo lì (anche questa scena a rallentatore). Un urlo esce dalla mia bocca mentre getto i sacchetti in aria e mi butto a terra battendo i pugni per terra e chiedendomi perché sono così tonta? Perché? La gente mi osserva con imbarazzo e distacco, ma quando vedono i sacchetti dell’altro Mercadona capiscono la mia disperazione e cominciano a cantare Bob Marley cercando di tranquillizzarmi. Un pochino esagerato e surrealista, ma è questo quello che mi è passato per la testa in un lampo di secondo. Era proprio dietro casa, dietro casa cazzo. In questo momento c’è un’aura negativa che aleggia intorno a me. Non capisco cosa o chi sia. Devo espiarla e cacciarla per riottenere la fortuna di prima. Oggi poi è giovedì, finalmente gettiamo i mobili e guadagniamo spazio.

Ora mangio qualcosa, altrimenti svengo e mi fiondo a prepararmi per stasera. Altra uscita, altra compagnia.

Lo pasas bien.

Adios.

VEINTE Y UNO

Il risveglio di oggi è stato strano. Dopo settimane abituata ad avere il piso tutto per me, nella più completa libertà, stamattina mi sono sentita male nel svegliarmi e trovare un estranea in casa mia. Oddio, era Nerea, non la prima pazza che trovi per strada (anche se pur sempre pazza anche lei). È stato come se qualcuno mi avesse detto: “bene ora ricomincia da qui”. Grazie!

Prima tappa della giornata: casa di Melissa per rimettere a posto i curriculum e spedirli alle varie agenzie (ETT) di Barcelona. Non avendo abbastanza viaggi disponibili sul carnet della metro (ebbene si, faccio economia anche su quelli) , decido di andare a piedi, cronometrandomi. Devo imparare a conoscere le distanze, così in futuro evito di arrivare mille anni in anticipo come negli utlimi tempi. Il bello è che è mia peculiarità arrivare MINIMO quindici minuti in ritardo, a qualsiasi appuntamento. Qui mi succede il contrario. Molto strano, forse qui il mondo gira al contrario. Trentacinque minuti in stradine alberate la distanza Sants-Poble-sec.

Secondo appuntamento: La Boqueria a comprare carne (anche io ne necessito, preferibilmente bianca, come dice la mamma). Appuntamento rimandato, il Mac fa i capricci e devo ricorrere alla santa pazienza della santa donna (sempre la mamma) per risolverli. Quindi corro a casa, prendendo la metro questa volta, e mi accorgo che è l’una e mezza. La sanità non è ancora chiusa! Buon momento per fare la sguritad social. Entro nell’ambulatorio tutta tronfia e fiera di essere all’ultimo step della documentazione per il mio trasferimento. Mi avvicino con tranquillità e sicurezza al banco informazioni e...non avrei mai dovuto farlo. Da qui comincia un’odissea di parole in catalano stretto delle quali capisco solo segunda mesa e de nada. Bene, mi avvio al banco numero due. Qui ricominciano a vomitarmi addosso parole che non comprendo ma che si ostinano a ripetere per farmele entrare in tesa. Alla fine mi ritrovo con un foglio da compilare e un esaurimento nervoso. Confusa ma mediamente soddisfatta me ne torno a casa a mangiare. E stavo tranquillamente mandando le mail che devo mandare, quando d’improvviso: “non sei connesso ad internet”. Noooooooooo, penso io, disaastro! Mi vesto di filata, prendo la metro e mi precipito nel primo Starbuck che trovo, vicino a Plaça de Catalunya. Qui ordino un frappuccino al caffè e rimango delusa quando non vedo la montagna di panna che dovrebbe sormontarlo. Perché, mi domando io, perché. Perché una giornata così di merda? Mi stavo al quanto alterando. E ho detto tutto. Verso le quattro mi alzo ed esco, camminando senza meta. O a dir la verità, come meta avevo la solita. Quando arrivo in Plaça Real il mondo è diverso, è chiuso all’esterno. Ti trovi in pieno centro ma in un mondo parallelo di tranquillità e di sole. Trovo una panchina libera e comincio a leggere di Marlon. Che vita controversa che ha avuto. Ed è stato in quel momento che un prestigiatore ha deciso che il posto esattamente accanto al mio era quello favorevole per il suo spettacolo. Era uno di quelli che giocano con le palle di cristallo trasparenti. Finito il tutto si allontana con passe felpato ma deciso. Che buffo omino, avreste dovuto vederlo! Alzo lo sguardo e mi trovo in completa ombra. È giunto il momento di avare. Sempre per economia risparmio il viaggio in metro e cronometro la distanza Mirador-Sants. Un eternità: un’ora e cinque con passo tranquillo e pensando a varie sceneggiature per vari film. Quando rincaso mi aspettano brutte notizie da Milano. Qualcosa va storto e io non sono là a cercare di sistemare il tutto. Spero solo di tornare e non trovare tanti singoli per conto loro. Spero solo che Voi rimaniate uniti, anche se per quel poco che vi accomuna. Doccia, sgrassatura forno, pizza (pessimissima), trucco e via, si esce di nuovo. Pellegrina o homeless, potreste chiamarmi in questi giorni. Il messaggio recita “dieci e mezza /undici a Fontana, stazione della verde”. Mi piace questa filosofia delle “dieci e mezza/undici”. Naturalemente arrivo in anticipo, super anticipo. Bruno, ritardatario come me, usa la tecnica della mezz’ora di sforo per non sembrare il solito ritardatario, ma questa volta arriva in orario. “Dove andiamo?” “ Ti porto in un posto che è il più economico di Barcelona”. Parla bene italiano. Gat Negro, recita l’ insegna. Entriamo, ci sediamo. Il primo giro lo offre lui. Chiacchieramo, anche troppo. La musica è alta, la gente rumorosa e la birra ad un euro. UN EURO. 1€. Si, esattamente uno. Vai con la prima, vai con la seconda...e vai anche con la quinta. Sono andata in bagno quattro volte e mi bruciavano gli occhi da tanto ridere. Quando ci alziamo per uscire stiamo in piedi solo qualche minuto, giusto il tempo di raggiungere una piazza (la stessa in cui ero ieri sera con il mio director) ed ecco che ci sediamo di nuovo. Questa volta nel mezzo preciso della piazza. Io scherzavo mentre dicevo: “per me va bene anche qui..” e invece lui ha preso alla lettera, si è alzato la giacca e si è seduto in mezzo alla piazza. Che raro. Il ritorno è volato via tra paragoni con l’ Italia, imitazioni degli italiani a Napoli e dei catalani in Spagna ed esempi di feste. In un attimo ci ritroviamo in Plaça de Catalunya. Cerca la fermata giusta e mi mette su un pullman (N2) che mi dovrebbe mollare in Plaça de Sants. Grazie a dio la riconosco, schiaccio il pulsante, scendo. E cantando sono arrivata fino a casa. Domani niente sveglia. È giorno di riposo: da venerdì comincia il week-end.

Ed è tutto un’altro programma.

Adios.

mercoledì 6 ottobre 2010

DECIMONONO Y DìA VEINTE

Sto perdendo il loop perché grazie a dio ho avuto qualche cosa da fare in questi giorni. Ieri, dopo una traumatica sveglia alle sei del mattino e una altrettanto traumatica partenza da Palafrugel, siamo stati gettati fuori dalla macchina in un luogo del tutto sconosciuto ai nostri occhi. Dopo aver fatto mente locale e aver ritrovato la strada di casa (naturalmente non prima che Nerea si accorgesse di aver dimenticato il cellulare in macchina) ci siamo separati. E mi sono fiondata all’ufficio dell’empadronamiento per diventare cittadina a tutti gli effetti. Ma qui la burocrazia esiste, seppur in forma minore rispetto alla nostra amata Italia. E non avendo dietro l’originale del contratto di casa non potevo far nulla. Quindi sono tornata sui miei passi a testa bassa, fino a casa. Il pomeriggio è passato velocemente cercando disperatamente un lavoro. E’ dura qui, il lavoro non si trova. Mi hanno detto che ci sono moltissime agenzie per trovare lavoro, così mi sono rimboccata le maniche e le ho cercate in internet. Ad una certa mi sono decisa a chiedere aiuto ai torniesi, ho ingranato la prima sul mio bolide Gotty e volando sono arrivata fino al Monroe27. Qui Diego mi ha rassicurata, dicendomi che lui ci ha messo più di un mese per trovarlo, che qui è normale, chq quanod ti chiama il primo cominci a ricevere le chiamate da tutti gli altri, che è normale. Sarà anche normale, ma il mio poste pay piange. Tornata a casa mi sono fatta una bella doccia e mi sono infilata sotto le coperte da tanto ero cotta dal sonno. Naturalmente non prima di aver finito “Romanzo Criminale”. Non mi ero mai accorta di quanto fosse fatto bene. Oddio, non è un filmone mozzafiato, ma per essere una pellicola del suo calibro ( molto basso) non è poi così male come l’anno dipinta.

Oggi invece la mia sveglia ha suonato alle otto e mezza per arrivare prima all’ufficio e fregare le coda di ieri. Ma non ho fatto abbastanza veloce, cazzo. Ho l’originale, documento d’identità, si è la prima volta che mi impadrono a Barcellona, si mi fermo più di sei mesi, no sono qui a lavorare, si vorrei provare a fare quel corso di benvenuto organizzato dal comune. No, aspetti. Quel..coosa? Ebbene, organizzano un corso di ben venuto per i nuovi cittadini di Barcellona. Non a caso qui il motto è Barcellona, buoni vicini. Non credo mi aiuteranno a risolvere Il Mio Problema, ma mi devo ricordare la mia morale empiristica. Cartelletta, documenti, documenti, documenti, empadronamiento, documenti. Ssì, ora posso andare alla Seguritad Social, posso guidare una macchina, posso richiedere i bidoni per la raccolta differenziata. Quante cose posso fare. Wow, che bello, ma Il Mio Problema? Ho preso in mano la situazione e nel pomeriggio ho fatto l’unica cosa che posso fare: fotocopiare curriculum e girare a vuoto. Il tutto grazie a dio accompagnata da Meli e dalle nostre figure di cacca. “Scusi, quanto viene il boccadillo?” “Sono cinque euro se mangi qui o quattro e cinquanta para llevar” “Ah. Grazie e arrivederci.” Ecco, questa è una di quelle. Tre ore e mezza di camminata, tre ore e mezza. Tornata a casa, dopo aver portato su per le scale un materasso, una sedia e una rete del letto, il tutto di Marta, che piano piano si sta trasferendo, mi sono sdraiata a leggere, ma non ho retto. Fino alle otto sonno pesante. Poi doccia, qualche cosa da mangiare al volo e via fuori di nuovo. Proviamo ancora ad andare al cinema. Una volta non c’è nelle sale, l’altra è troppo lontano e oggi abbiamo sbagliato l’orario dello spettacolo. Ma sono fiduciosa, ce la faremo. Oggi abbiamo anche chiamato la proprietaria che si è scusata per il ritardo dei lavori e promette di mandarci qualcuno lunedì prossimo, con due settimane di ritardo. In nel frattempo vivo nel mio intimo bunker, con un buco nel muro e il russare del tipo italiano del piano di sotto. Sì, italiani ovunque. Me ne vado perché non li sopporto e li ritrovo tutti qui. Che palle! Rientro notturno a piedi e ora letto, che domani mi aspettano altre code, altri ticket, altri documenti...

Bunenas Noches

lunedì 4 ottobre 2010

DECIMOSEPTIMO Y DECIMOCTAVO DìA


La sveglia suona alle nove e mezza. Stiamo preparando le valigie con calma quando ci rendiamo conto di quanto si tardi. Quindi rotoliamo letteralmente giù dalle scale e ci fiondiamo in strada. Grazie a dio la stazione è dietro casa! Estaciò de Sants non è molto grande e non è la principale di Barcelona, ma è ben collegata a tutto. Sul cartellone però non c’è nessun treno che parte alle undici e un quarto (come ci aveva detto Pau). Ci mettiamo in fila, guardando ansiosamente l’orologio ogni due per tre con la paura di perderlo. Quando arriva il nostro turno però ci dicono che possiamo metterci l’anima in pace perché l’abbiamo perso ma che ce n’è un altro che parte dal binario quattordici alle undici e quarantacinque. Non immaginatevi una stazione normale, con i binari che si susseguono, le banchine che li separano e l’obliteratrice in testa al binario. Qui è tutto molto più funzionale, è come entrare in metro. Prendi le scale mobili e scendi sottoterra. Qui ti trovi davvero ad una fermata della metro qualsiasi. Naturalmente non possono mancare cucarachas che gironzolano tranquille per il marciapiede. Che schifo! Pau non si vede e il treno sta arrivando. Lo prendiamo sperando di essere noi i ritardatari. Il viaggio passa tranquillo, tra un sonno e le grida di una bambina insopportabile dietro di noi. Quando arriviamo, all’una e venti, c’è una macchina che ci aspetta grazie a dio. Perché sarebbe stato impossibile fare tutta la strada a piedi dato che Palafrugell non possiede una stazione e la più vicina è Flaça, a circa tre quarti d’ora di macchina! Comunque arrivati e casa, posiamo le valigie, coccoliamo i tre gatti che girnzolano liberi nel giardino e ci buttiamo su un bellissimo merluzzo con piselli, limone e parate. Qui hanno la favolosa abitudine di vedere film a qualsiasi ora della giornata. Mentre da noi il tempo dei film è solo la sera, perché non c’è tempo di passare il pomeriggio davanti ad una buona peli. Alla fine ci riposiamo guardando Luci della città di Chaplin. Non ricordavo fosse tanto bella. Poi ho scoperto il mondo spirituale di meditazione che si cela dietro una porta nel seminterrato della casa. Un poto magico e rilassante messo in piedi dalla mamma di questa numerosa famiglia che, dopo una vita dedicata ai suoi preziosi figli, ha realizzato di aver bisogno di uno spazio per se stessa. Così ha cominciato a dipingere e a dedicarsi a tutto ciò che è spirituale. Pratica yoga, meditazione e i suoi occhi brillano. Mentre mi mostra i suoi quadri le sensazioni sono solo positive, questa stanza vibra. Poi passiamo al mondo delle pietre, ma non mi racconta molto, mi dice solo che l’indomani mi farà una seduta se voglio. La sera andiamo fuori a cena, un bocadillo non male e una birretta con gli amici. Anche se siamo in un paese a trecento chilometri di distanza la compagnia è la stessa della periferia milanese: tamarrazzi tatuati che partono in quinta sgommando con musica sparata a palla. Questa gente c’è ovunque, grazie a dio.

Luego, ci attende un buon sonno. Un letto grande. Delle coperte calde. Un cuscino e una dormita che non facevo da quasi un mese. Stamattina, infatti, mi sono accorta di avere una schiena. Forse anche prima ce l’avevo, ma adesso è tornata quella di prima. Dieci ore di sonno. Dieci! Fantastico, strabiliante, eccezionale. Sono nuova e carica per la seduta con le pietre. Sono sempre stata attratta dal metafisico e da tutto ciò che è riconducibile allo spirituale. Ma lo scetticismo mi assale quando si parla dei poteri miracolosi di oggetti inanimati. Posso credere nel potere curativo che possiedono i gatti perché con la mia Meggolina lo sperimentavo ogni giorno. Quando c’è qualche cosa che non va, i gatti hanno un sesto senso, lo captano, si appostano sopra al tuo dolore e si concentrano fino a farlo del tutto loro. Per qualche inspiegabile ragione però per loro non reca danno accogliere il dolore degli altri. Per questo secondo me sono esseri superiori. Ma come possono oggetti inanimati compiere qualche “miracolo”? Il mio scetticismo viene forse dall’educazione ricevuta, soprattutto da parte di mia mamma. Lei è molto più cerebrale di me e guarda con sospetto e dubbio tutto ciò che ha a che fare con qualche cosa di metafisico. Per quanto riguarda lo spirituale invece possiede uno spiccato potenziale secondo me, la sempre la sua parte cerebrale la blocca dal lasciarci trasportare. Non che sia una persona ibrida o glaciale, anzi mette molta passione in ogni cosa faccia. Però quando si parla di esperienze extrasensoriali si irrigidisce. Anche io ero così. Ma ho deciso che fino a quando non si prova qualche cosa, si può avere un’idea abbozzata, non si può avere un’opinione definita della stessa. Naturalmente, provare tutto il provabile sulla faccia della terra è impensabile e impossibile. Bisogna avere dei principi da quali farsi guidare, delle regole da seguire e una morale. Ma la rigidità risulta del tutto inversamente proporzionale all’esperienza empirica. Faccio un sospiro ed entro nello studio. La lampada di sale sempre accesa mi tranquillizza: è uguale a quella di casa mia e anche a casa mia è sempre accesa. Il lettino è come quello dei massaggi. Mi ci sdraio sopra e Emilia mi dice semplicemente di rilassarmi. Durante la seduta non si parla, ci si rilassa e basta. Ho già provato qualche volta qualche seduta di meditazione, quindi non dovrebbe risultare tanto difficile. E infatti non lo è: quando comincia a posizionare le pietre su tutto il mio corpo la sensazione che mi passa è quella di una forte tensione, come se un forte campo magnetico stesse piano piano attraversando le mie vene. Nel processo di rilassamento il mio corpo si abbandona e ne perdo le percezione. Tutti possediamo una percezione del nostro corpo dell’interno e dall’esterno. Solo che quella dall’esterno è molto più semplice da captare. Quando meditiamo, il nostro corpo si rilassa a tal punto che l’esterno si trasforma solo in un involucro e l’interno comincia a vibrare. Questo è quello che ho sentito. Una pietre posta nel centro del mio collo mi ha raggruppato tutto il catrame delle sigarette fino a farmi venire la tosse. Qui ho capito che è il momento di smettere. Non sono dipendente, quello che mi manca non è la nicotina è solo il gesto. Così la Emilia mi ha regalato un pacchetto di sigarette alla vaniglia. Proviamo. Tornando alla seduta: finito il processo di rilassamento, vengono tolte le pietre e qui arriva il bello. Mi domanda cosa ho sentito, quali sensazioni ho provato. Le racconto che è stato come se ad un certo punto tutte le pietre si fossero idealmente allineate e avessero raggruppato tutte le energie e avessero cominciato il loro lavoro. Ma non riesco a spiegarlo. Qui comincia a parlare lei. Hai avuto dei problemi al ginocchio destro? Ssscusi?! Oramai ho perso il conto di quante volte sono caduta da piccola. Sempre lo stesso ginocchio, sempre lo stesso dolore. Mi dice che le pietre hanno lavorato molto in quella zona e non solo. Hanno lavorato anche sui piedi. Hai avuto dei problemi ai piedi da piccola? ...pardon?! Piedi piatti fin dalla nascita, diagnosticate mezze lune e solette nelle scarpe quasi a vita. Cure che ho smesso di fare da anni e le conseguenze si vedono. La mia energia viene dal basso, dai piedi. Devo curarli di più, perché in questo periodo sono molto stanchi e stressati. Che stano, non è proprio in questo periodo che cammino come una schiava e che mi lamento per come calzano le All star? Mi anche detto qualcosa riguardo la mia Aura (e qui mi stavo mettendo a ridere ricordandomi Stefano, quando era un nano e contava a nascondino, che diceva di sentire le nostre Auree al settimo piano di casa, quando in realtà eravamo tutto nascosti dietro le colonne del cortile, esattamente dietro di lui). Bene, prova empirica superata. Ognuno di noi possiede un’Aura pura. Non ha niente a che vedere con la bontà o con la malvagia delle persone. È solo un campo magnetico, il nostro campo di energia. Il suo scopo è quello di proteggerci e di fornirci l’energia necessaria a vivere. Il fumo rende sporco questo campo e di conseguenza meno efficace. Io ci credo. Quindi smetto. O per lo meno ci provo realmente, con intenzione e forza di volontà. E mi piacerebbe che anche la mia Scimmia ci provasse. Così possiamo condividere ancora una volta, anche se lontane, una sfida difficile.

Stasera compleanno, si prevedono ubriacature, e a nanna preso dato che domani abbiamo il treno molto molto molto presto e mi attende empadronamiento e securidad social.

Hasta luego chicos!