Che traguardo. Oggi facciamo un mese io e Barcellona. Un mese di luoghi sconosciuti e porte da aprire. Un mese difficile ma anche divertente e di crescita. Mi sento diversa, cambiata radicalmente. Meno illusa, più attenta e consapevole.
Ieri la meta è stata un concerto jazz, birra e un simpatico viaggetto in bicing. Riconosciamo quasi subito la biblioteca comunale dalla musica . Il concerto finisce abbastanza presto, così decidiamo di dirigerci verso il gotico. Non l’avessimo mai fatto. Prendiamo una bici del bicing, il sul sellino (mmm che comodo!) e cominciamo la traversata. All’Arc de Tromf ci fermiamo, molliamo la bici, non senza problemi di luci lampeggianti e sirene che suonano, e continuiamo la notte a zonzo, rimbalzando da un pub ad un altro, ficcando il naso dentro per ascoltare la musica e scegliere. È così oramai: la musica è la nostra colonna sonora, più importante dell’ossigeno. Vagando senza meta ci siamo imbattuti in un sudicio pub annebbiato dal fumo, dove anche i clienti sembravano usciti da un racconto noir, e per finire nel solito bar di torinesi. Il Nit bus alla fine ci ha portati a casa non senza risparmiarci un favoloso giro turistico di Barcellona di notte, dove l’anima delle città si risveglia. C’è sempre qualcuno in giro, a qualsiasi ora e in qualsiasi luogo. Qualcuno che cammina o passeggia con il cane. Questa città non si ferma, il suo scheletro in continua costruzione borbotta continuamente mentre degli operai appesi nel vuoto sul profilo di un palazzo schizzano scintille incandescenti nella notte. È rassicurante tornare a casa propria dopo una serata così sapendo che c’è il mio bel piumotto che mi attende.
E così la sveglia ha suonato a mezzogiorno, oggi è sabato, si può dormire un pochino di più. Colazione, scarpe e via verso casa della Meli. Un panino al volo (siamo tenere, risparmiamo anche sul cibo: tre euro un bodadillo gigante e una bibita) e ci dirigiamo verso il luogo prescelto: Turò de la Riveira, una ex piattaforma antiaerea semi sconosciuta. A quanto pare non è così turistico come pensavamo, la maggior parte della gente ci guarda confusa quando per chiedere informazioni tentiamo di pronunciare quel nome impossibile. Ma i tassisti sono sempre i migliori del mondo. Sanno tutto, come ci si arriva e sono anche gentili, mica come quella vecchietta mezza pazza che ci ha mandato esattamente nella direzione opposta. Mai ascoltare le vecchiette mezze pazze. Statue ai tassisti, in compenso. La parola del giorno è: RASSODA! Una salita infinita, ma infinita dico. Scale infinite, infinite dico. E al finale, ci troviamo sul tetto del mondo. Un insieme di rovine decadenti, avvolte da graffiti di ogni tipo. Normalmente un posto del genere dovrebbe essere dimenticato da dio, e invece è pieno di ragazzi, coppiette, famiglie che girovagano su e giù per le numerose scale che portano in stanze segrete. Eppure l’atmosfera è tranquilla, le voci sono basse e il sole caldo. Sarà che il vento si porta via le parole ma il silenzio è impressionante di fronte alla vista mozzafiato. È come avere una montagna all’altezza di Porta Venezia da cui osservare il Duomo in tutta tranquillità. Da questa distanza (che poi è solo qualche chilometro dal mare) la città sembra silenziosa e quieta, un insolito scenario per Barcellona. Due anziani passeggiano per mano mentre una coppia si abbraccia di fronte a questa vista favolosa. La discesa è certamente meno faticosa e in un attimo siamo di nuovo nel mondo reale. Metro e di nuovo a casa. Doccia, cibo e nuovamente fuori. Appuntamento a Horta della linea rossa. In pratica significa ritornare dove ho passato il pomeriggio. Lì mi aspettano i ragazzi e un concerto blues/soul di un gruppo davvero bravo. Il primo chitarrista: Bob Dylan. Il cantante: un tizio di una bande che conosce A. E il secondo chitarrista: uno dei Bee Gees. Rimaniamo incantati dall’energia e dalla loro bravura mentre cantano Ray Charles e Janis Joplin. Finito il primo concerto veniamo a sapere che erano solo il gruppo di apertura del gruppo più famoso (personalmente mai sentiti, ma io non conto), i Blue Pie, un gruppo hippy visto e rivisto, masticato già mille volte e troppo ostentato. Il cantante al finale ha anche imitato, parola per parola, una frase di Woodstock invitandoci tutti sul palco a cantare con lui. Si bello, ma emozioni trasmesse da loro zero. Finito il tutto ritorniamo in città con l’obbiettivo di trovare un bar dove la birra vale novantacinque centesimi. Peccato che quando lo troviamo è “più chiuso di Josè” (citazione). Ci buttiamo in quello di fianco, dove vale un euro, meglio di niente. E dopo qualche indecisione sul da farsi, direzione casa, due binari diversi. Ogni tanto ho il brutto vizio di decidere per le altre persone quello che va bene a loro. Non è presunzione, è che ogni tanto sono un disastro. Ma chi non lo è in questa vita, in questo mondo?
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