mercoledì 13 ottobre 2010

VEINTE Y SEIS

Giornata tranquilla oggi. Sveglia all’ora di pranzo, qui non si fa altro che mangiare. Siamo in troppi per mangiare tutti patatine fritte calde, così ci si divide in due tavolate. Quando cucina mamma Emilia e non si ferma un attimo, mai stanca, mai sbattuta. Ero tranquilla sul divano a leggere il mio nuovo fantastico libro Todo està iluminado di Safran Foer, in pieno abbiocco post-pranzo, quando ad A. Viene in mente il diabolico piano a cui sta lavorando da una settimana: farmi vedere Cabaret con Liza Minelli, a suo parere un must per chi ama il musical. Peccato che io non avessi nessuna, e dico nessuna, minima intenzione di vederlo. E in più Liza-nasona-Minelli mi sta anche sulle palle. E grazie a dio Sara concordava con me dato che in quella casa era come una diva! Bene dopo un’ora e mezza di finta attenzione (in realtà sbirciavo fuori dalla finestra il vento fortissimo che sconvolgeva gli alberi) finalmente è giunta l’ora di andare. Chiuse le valigie si sale in macchina alla volta di Girona per accompagnare Arti e Sara all’ aeroporto. Saluti, baci e abbracci e di nuovo in macchina per la stazione. Tutto bene, fin qui. Siamo in coda per il biglietto, già scoraggiati per l’imminente partenza del treno che naturalmente perderemo vista la lentezza della coda, quando improvvisamente, dal nulla, sbuca una tizia con camicia a righine bianche e verdi, targhetta identificativa e scarpe improbabili. Di una così ti fidi, perché solo che lavora in stazione può accettare il compromesso di vestirsi così. Apro una parentesi: facciamo una petizione per questo problema del vestiario obbligatorio per chi lavora per i servizi pubblici. Spezzo una lancia a favore degli impiegati pubblici per la giustificata frustrazione che possono provare. Chiusa parentesi. Insomma, la tizia grida che il treno per Barcelona-Sants sta per partire, e che il biglietto si può fare sopra. Ci guardiamo e, come al solito senza dire nulla, ci capiamo. In un secondo siamo al binario. Fischio. Treno. Posto finestrino. Un’ora e mezza di interscambio culturale: io insegno italiano e A. spagnolo, tra strafalcioni e parole troppo difficili da spiegare. Ho problemi con il passato. Ha problemi con le L. Propera estaciò: Barcelona-Sants. Giunti a destinazione. Scendiamo e chi incontriamo? Nerea e Muli che erano sullo stesso treno, saliti alla fermata dopo la nostra. Ridiamo e raccontiamo che non abbiamo pagato. Perché loro non ridono? OH. Non mi piace, ridete ragazzi. Ho qualcosa in faccia? C’è un mostro dietro di me? OH. Per uscire dalla stazione devo esibire il biglietto? Che tonti. Dio che tonti. Ed è la seconda volta in due giorni che passiamo per scemi (episodio tapas). Mi sa che tra i due non so chi sia più ingenuo. Meglio in due che da soli. Un’amica di Nerea mi cede il suo mentre A. finge di averlo perso. Con la faccina da santo che riesce a fare, sicuro che lo fanno passare, penso io. Invece scopre che deve andare fino in Plaça de Catalunya a centro informazioni. Così ci lasciamo, in mezzo ad una stazione affollata, con la metro che fischia e le luci che fanno brillare gli occhi. Ed in testa una sola canzone.

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