Sento in lontananza un rumore molesto che inevitabilmente richiama la mia attenzione, obbligandomi, per pura curiosità, ad aprire gli occhi per vedere da quale oggetto misterioso proviene. Quando lo scopro, rimango delusa, oltre che incazzata. Davvero sei stato tu, oggetto ignobile e di poca utilità in questo mondo? Davvero questo suono fastidioso che mi entra in testa proviene da te, oh cellulare? Che delusione. Sarei stata felice di alzarmi dal letto se al mio risveglio avessi scoperto un unicorno giallo con zampe di cerbiatto con due casse da concerto professionali al posto delle orecchie da cui usciva il rumore. E invece no, un misero cellulare. Lo spengo, senza esitare un secondo di più. Mi rigiro nel letto con occhi socchiusi e mi stupisco della comodità del materasso di oggi. Non faccio nemmeno in tempo a riaddormentarmi che, allungando una gamba mettendomi più comoda, tocco qualcosa. È qualcosa di caldo, morbido e...vestito. Che diavolo potrà essere? L’unicorno, che oltre ad essere un mezzosangue sputamusica, indossa anche dei pantaloni e dorme nel mio letto? Delusione e sconforto mattutini per la seconda volta per Giulia. Olè! Quello che il mio piede urtò altro non era che il sedere di qualcuno. Sedere significa che sto dormendo con qualcuno, e il fatto che debba allungare una gamba per toccarlo significa che decisamente non sono nel mio letto. Perciò, dove diavolo solo? La pioggia cadeva forte sulla finestra, cosa che aumentava la tensione, come in un film. Quanto domande di prima mattina. Alzando con cautela la testa dal cuscino mi accorgo di stare dormendo con una ragazza. Capelli marroni sul cuscino e respiro pesante. La Luvi, grazie a dio è lei! E in quel momento realizzai. Casa di Raquel. Bene, sono al sicuro e per certo quello che ho fatto ieri, sebbene non lo ricordi, non è tanto imbarazzante da rinnegarlo in futuro, anche se andando in sala e vedendo una bottiglia di ron finita, mi sorge qualche dubbio che prontamente accantono. Causa pioggia spostiamo l’appuntamento con i miei e decidiamo di andare a vedere un museo, precisamente quello di Picasso al Ribera. Arrivate, io e mamma perché papà decide di andare a vedere un museo della storia della città (e quando papà vuole andare a vedere un museo, fidatevi, è meglio lasciarlo solo, perché se la prende con calma. Come alla fine è giusto che sia), troviamo facilmente l’ingresso. Oggi è gratis, favoloso! Dobbiamo solo fare la coda. Prefetto, pensiamo, meglio di così! Usciamo, cerchiamo la fine della coda, e dopo qualche minuto camminando a lato della gente che aspettava ci rendiamo conto che questa fila non ha fine. Abbandoniamo l’impresa e ci facciamo un giretto per i vicoli del quartiere, che è diventato il mio preferito. Nel frattempo, il telefono suona all’impazzata, due lavori nel giro di qualche ora. Colloquio lunedì e martedì. Per farla breve, la giornata di conclude con cena al ristorantino di ieri, con delusione annessa. Ieri avevamo troppa fame e non ci siamo dati conto del menu, che la seconda volta ci ha lasciati a papille gustative insoddisfatte. Ma sicuro che tornerò, con il mio uomo magari, dato che negli ultimi giorni l’ho un pochino trascurato. Ma tranquillo A., recupereremo tutto il tempo perso. E anche di più.
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