sabato 30 ottobre 2010

CUARENTA Y CUATRO

Da qualche giorno ho smesso di scrivere dato che la cosa più emozionante che mi è successa è stato il tentativo (non senza successo)attuato dal pachi sotto casa di vendermi una pizza INFIERNO, a detta sua buonissima. In realtà, poche pizze mangiate in tutta la mia vita facevano schifo come quella. Forse ho smesso anche perché, fino a ieri, la routine del nulla mi stava uccidendo. Poi è arrivato il giorno della svolta. Negli ultimo giorni la sveglia si suonava alle nove, ma l’orario del mio reale risveglio, con distruzione annessa del microclima creato durante la notte sotto il mio piumone, risaliva più o meno alle undici. Ieri invece ho deciso che alle nove suonava e massimo alle nove e cinque dovevo essere in doccia. Calze nere e ballerine. Il parco del Montjuic alle dieci del mattino, con vista sulla città che si risveglia è impagabile. Credo che quel parco sia diventato uno dei miei posti preferiti. Così mi siedo e aspetto sulle gradinate di una copia del primo teatro greco di Atene. E qui comincia la nostra giornata singolare. La coda al museo ci sembrava infinita, ma il tempo non mancava e la voglia di vedere quella mostra era troppo forte. La rincorriamo da due mesi. Ci mettiamo in fila e aspettiamo. Però che strano, avanzano tutti e noi rimaniamo fermi dietro questo gruppo di ragazzi. Vuoi vedere che questi non sono in fila? Nostro malgrado, quando stiamo assieme, diventiamo più cretini e imbecilli di quanto non lo siamo presi singolarmente. Quindi, dopo aver identificato la fine effettiva della coda, ricominciamo ad aspettare. Era pieno di classi in gita, scolaresche e studenti universitari. Improvvisamente vengo trascinata nei ricordi delle gite con l’Agnesi: Barcellona due anni fa e Berlino quest’anno. La malinconia mi assale. In fin dei conti, litigi, incomprensioni e amicizie spezzate, sono stati dei momenti molto intensi, nel bene e nel male, con tutta quella banda di squinternati dei miei compagni. Incontrarli tutte le mattine, nello stesso posto, con le stesse parole era uno dei pochi appuntamenti fissi a cui non si poteva mancare. E nonostante tutto, mi dava una certa sicurezza. Mi risveglio dal mio tuffo onirico nel passato alla cassa e qui veniamo ripagati di tutto il tempo d’attesa: maxi sconto, due per uno. L’esposizione temporanea era un insieme di video e installazioni di un’artista, Pipiloti Rist. Era una mostra abbastanza fuori dal comune: proiezioni di frasi (come: il tuo sudore fa buon odore) su teli quasi trasparenti attraverso i quali si poteva passare e sconvolgere le geometrie delle parole, video rivelatori da gustare sdraiati per terra o impossibili giochi di equilibrio tra piume e sfere di ferro. Ogni video aveva uno morale di fondo e l’obbiettivo di trasmettere sensazioni, come la violenza della natura o la potenza della gravità. Preziosa e rilassante. Ma adesso arriva il bello. Usciti dalla mostra, intravediamo delle scale che portano al piano superiore. Furtivamente, ma senza dare nell’occhio, ci avviciniamo fino a imboccarle a tutta velocità. E ci ritroviamo nell’altra mostra, quella permanente. Il nostro obbiettivo era quello di raggiungere la terrazza esterna da dove si vede tutta, e dico tutta, la città. Con indifferenza ci mischiamo agli altri visitatori, disinteressandoci completamente delle opere di Mirò e compagnia bella. La nostra attenzione era completamente focalizzata nella ricerca di una portafinestra che ci potesse condurre fuori. Una volta identificata, senza parlare (perché è essenziale non rivolgersi parola in situazioni come queste) ci avviciniamo. E proprio mentre il nostro sogno si stava realizzando, si materializza nel nostro campo visivo una maschera del museo, apparsa misteriosamente dal nulla o ben mimetizzata tra la folla. - Biglietti, prego? A questo punto chiunque si ritrova di fronte ad un bivio, ad una scelta di cruciale importanza: strada eroica o conformata? La prima comporta una fuga a gambe levate alla Prova a prendermi in direzione della terrazza, sfondamento della porta di vetro con la spalla sinistra, capriola sul terreno e sul finale la comparsa sulla scena di due mossos che ti ammanettano mentre osservi Barcellona con completa soddisfazione. La seconda, vivamente consigliata, comprende una scusa qualsiasi per giustificare la tua presenza in un posto in cui non dovresti essere, uno sguardo atterrito alla porta che poteva portarti alla gloria e un’uscita di scena a testa bassa. Ed è a testa bassa che siamo usciti dalla Fundaciò Joan Mirò. Il pomeriggio tranquillo e la sera..ah, la sera. Come al solito il senso di impotenza mi assale ma decido di non soccombere e di lottare. Così mi metto in contatto con l’altro pessimista cronico come me, il Muli, che mi ascolta, mi comprende e in fine mi risolleva. La decisione è quella di sbronzarsi per dimenticare. Prendo la metro di fretta e furia e corro fino a casa loro. Qui mi aspettano vino rosso, rosato, birra a volontà e naturalmente la loro compagnia. La serata comincia bene e prosegue tranquilla nel disperato tentativo di far uscire la Luvi (signori e signore, Ludovia Beatriz Boratto, è qui!) e la Raqui, miseramente fallito. Così decidiamo di uscire, andare a ballare, fare qualche cosa. Naturalmente prima facciamo cadere posa ceneri, rovesciamo lattine di birra e andiamo a fumare sul cornicione della finestra. Chiamiamo un taxi e usciamo. Razzmatazz, fermata Razzmatazz. Sedici euro di taxi pagati dal portafoglio di Muli che si sentiva generoso. Ingresso al Razz, prima volta per me, che emozione! In realtà si dimostra una fuffa. Altro che mille sale con musica diversa, era aperto solo un patio con vista sulla città, con poca gente e consumazioni con poco alcol. Ecco quest’ultimo particolare lo noto solo io, dato che Amar e Muli hanno finito la serata sdraiati su un divanetto, mentre io cercavo di rianimarli. Ma non c’era nulla da fare, non si svegliavano, oppure una volta svegliato uno, non mi lasciava nemmeno il tempo di svegliare l’altro, che già cadeva addormentato in un sonno più profondo di prima. Al finale, un buttafuori che osservava silvenzioso la situazione ha avuto il buon cuore di correre in mio soccorso. -Tutto bene? I tuoi amici non possono restare qui -Sto cercando di svegliarli per uscire da mezz’ora! Li scusi.. -Ti do una mano io, posso? Nemmeno il tempo di dargli una risposta, e questo prende di forza il Muli per un braccio e con l’altra mano sveglia Amar. Mai vista una persona svegliare due ragazzi ubriachi con tanta forza. In un secondo siamo fuori, me li carico sulle spalle (metaforicamente parlando, non sono ancora così forte) e ci avviamo verso un taxi. -Carrer Badal, sesenta y uno, gli dico mentre mi siedo davanti per lasciare la possibilità ai tue ubriacone seduti dietro, nel caso, di vomitare giù dal finestrino. Disgraziatamente il tassista non sa la strada, quindi ci troviamo costretti a scendere in una strada a me completamente sconosciuta e a prima vista non molto sicura. Grazie a Dio, Amar nel frattempo si riprende e riesce a guidarci, biascicando e camminando a zig zag, fino a casa mentre il Muli praticava liberamente il Mulinismo in mezzo alla strada, mentre cercavo di distrarlo dallo staccare degli adesivi a forma di farfalla da un motorino abbandonato. Arriviamo a casa, finalmente. Mi tolgo il cappotto, getto in doccia i ragazzi (che alla fine si docciano con acqua fredda, l’inconveniente di fare la doccia contemporaneamente) e metto l’acqua sul fuoco. Tortellini al sugo, schifosi in qualsiasi occasione, ma la nostra salvezza in questo caso. Alle cinque e mezza si va a dormire, felici perché è stata una serata epica e anormale. Ogni tanto ce lo possiamo permettere. Si, ogni tanto però.

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