martedì 23 novembre 2010
CRISI D'IDENTITÁ
giovedì 11 novembre 2010
CINQUENTA Y SIETE
E arriviamo a lunedì, giorno traumatico per molti ma bellissimo per me. Comincio a lavorare. Dopo cinquanta giorni di attesa, che preferisco definire di riposo dal lavoro estivo in vista del lavoro invernale, finalmente oggi si ricomincia a faticare. E fare fatica non è mai stato così bello.
Mi presento all’ora stabilita, con i soliti cinque minuti di anticipo al ristorante, e la responsabile che mi ha dato l’appuntamento non c’è ancora. Scena già vista e comincio a capire che qui se la prendono davvero con calma e l’anticipo non impressiona più di tanto. Cinque minuti dopo arriva, una peruviana che parla a voce alta e pretende di essere ascoltata con lo sguardo. Avrà più o meno trent’anni e conoscendola meglio non risulta poi così odiosa come la prima impressione. Mi spiega il lavoro approfittando del locale semi vuoto e facendomi praticare appena arriva qualche cliente. Ed è proprio in una di queste occasioni che succede l’inevitabile, uno di quei soliti casini che succedono sempre negli episodi di Giulia al lavoro, entusiasmo e pasticci, la mia rubrica personale di disastri lavorativi, cominciati a collezionare l’anno scorso, quando il primo giorno di lavoro al Soleado di Santa Margherita Ligure, quando rovesciai la prima comanda della mia vita -quattro birre medie- addosso ad una ragazza brasiliana vestita da sera. Grazie a dio i brasiliani hanno senso dell’umorismo e prendono la vita con quel tocco di serenità che manca al resto del mondo, e la faccenda si è risolta con: -Tranquilla, ragazza, la birra fa benissimo all’abbronzatura. Ma tornando al nuovo pasticcio, questa volta Il Danno non ha nulla a che vedere con la clientela, i colleghi e oggetti del locale. Anche se ad essere sincera ero talmente tesa dall’emozione di cominciare che davvero credevo di dimenticarmi qualche fornello acceso, dar fuoco a tutta l’impresa, uscire dalla porta principale applaudendomi da sola e andarmi a suicidare sotto una metro. Per fortuna nulla di simile. Solo mi sono ustionata una mano. Il lavoro consiste nel prendere l’ordinazione del cliente, prendere la giusta quantità di quello che chiede (200g) e metterli per quattro minuti a cuocere un una vasca di acqua che bolle tutto il giorno. Naturalmente, per questioni di pratica, per tirare fuori ciò che poi bisogna preparare non esistono guanti isolanti, straccia isolanti o cose simili. Semplicemente si va con le mani. Una volta acquisita la destrezza del movimento è stato facile ma prima ho dovuto buttarmi sulla mano una consistente quantità di acqua bollente per capirlo. Nulla di grave, solo un piccolo cerchietto rosso che rimarrà per un po’. Inoltre ho scoperto di avere anche dei problemi con il registratore di cassa, cosa comune tra i colleghi alle prime armi a quanto pare, ma dovrò mettermi sotto a studiarne gli intricati meccanismi se voglio lavorare bene. Ed ora, apriamo capitolo colleghi. Dopo la peruviana Mery, che è come la capa del personale, ci sono Josè (è una condanna ed una persecuzione) un strano elemento con la testa a palloncino e un paio di occhiali sulla punta del naso; poi c’è Kat, una ragazza rasta della Slovacchia studentessa qui da otto anni credo di aver capito, il che mi sembra molto strano dato che ha ventidue anni e vive senza genitori. Domani invece lavoro con un altro ragazzo, di cui naturalmente non ricordo il nome, e che da quanto è emerso dagli avvisi di Mery, è un chiacchierone e ogni tanto bisogna richiamarlo al lavoro. Sarà divertente. La giornata si conclude con una pulita generale del locale (per la prima volta in vita mia ho provato il brivido di pulire il bagno di un locale. Mai più.), messa a posto generale e birretta con sigaretta annessa di fine lavoro. E prendere la metro alle undici e mezza, stanca morta dopo sei ore di lavoro, sapendo che ti stai allineando con questa nuova città e che da ora fai parte della popolazione attiva e che nessuno ora più portarti via quello che avevi in mente di fare perché si sta realizzando sarebbe un crimine portartelo via, è una sensazione inspiegabile. Me ne vado a letto contenta, pur sapendo che la mia sveglia suonerà alle quattro del mattino.
lunedì 8 novembre 2010
I seguenti giorni, ovvero venerdì, sabato e domenica abbiamo deciso di passarli nella pigrizia più totale. Già, da lunedì la pacchia finisce per tutti. Chi comincia gli esami, chi ha da continuare a studiare e chi comincia a lavorare. Questi giorni, per l’esattezza mesi, sono serviti a tutti per allinearsi con la città, con l’aria nuova, con le proprie idee. Però quel tempo è decisamente finito, e abbiamo deciso di festeggiarlo alla maniera decadente. Così ci siamo travestiti da poeti maledetti, abbiamo comprato dell’absenthio e abbiamo fatto festa, per svegliarci la mattina seguente alle quattro del pomeriggio. E mentre Raul e la sua ragazza cenavano dolcemente a lume di candela un’insalata preparata con cura bevendo vino, noi facevamo colazione/pranzo/cena con un kebab e una birra. -Più il piatto è ricco, meno è sostanzioso chi lo mangia. Santa parole. Noi siamo più semplici e essenziali, niente candele e niente piccante, grazie! Dopo qualche momento di titubanza sul da fare per la notte, quando l’indecisione sembrava svanita e il programma ci sembrava più che chiaro, ovvero casa, film e risacca, qualcosa si è risvegliato in noi. Così siamo corsi dall’altra parte della città a casa di Camila alla sua festa di inaugurazione del nuovo appartamento. Quasi tutti i suoi amici le avevano dato buca, così siamo corsi noi in aiuto a far festa. E anche sabato abbiamo fatto mattina, con conseguente sveglia alle sei di pomeriggio, questa volta. Che vergogna. Ma che bello poltrire sotto le coperte mentre fuori una sottile piggerellina ricopre come un manto la città. Una volta deciso di alzarsi, dopo una colazione/pranzo/merenda/cena a base di riso con sugo rosso, cosa che mi ricorda quando ero a casa malata e la mia mamma mi curava a forza di purè e riso, usciamo alla volta del cinema dove ci aspetta un documentario su un concerto a San Francisco negli anni settanta. Una specie di Woodstock in piccolo. Esattamente quel concerto in cui il nostro caro amato Jimi decise che era ora di bruciare la sua (e nostra) amata chitarra come finale della sua performance. Potevamo mancare all’appuntamento? Così al ritorno a casa, scendo in Plaça Espanya e cammino sotto la pioggia, con le mie ballerine nere, i piedi bagnati e Jimi nelle orecchie. Domani si comincia, e questa come conclusione, non è niente male.
CINQUENTA
Era il giorno, quello giusto. Non potevo continuare a rimandare quell’appuntamento infinitamente. La paura di impiegarci tutta la mattina mi terrorizzava, ma dovevo affrontare quel passo, altrimenti potevo dire addio al contratto per la comparsa. Così munita di forza di volontà, coraggio e cartina esco alla ricerca della tesoreria. Saltavo di persona in persona, accumulando ogni volta nuove informazioni che alla fine mi hanno portato a destinazione, come una caccia al tesoro. Il solito bancone con ticket d’attesa mi aspetta, ma la signorina è molto più veloce di quello che mi aspettavo. C’è anche una sedia libera. Cosa è successo alla burocrazia spagnola? Un terremoto ha scacciato le grandi code e i tempi d’attesa infiniti dagli uffici comunali, probabilmente. Dieci minuti dopo, mi ritrovo seduta ad un tavolo, la signorina mi chiede il NIE, una firma e mi consegna un foglio: Securidad Social, recita a grandi lettere. Incredibile, non è possibile, ho rimandato questo per una settimana quando era così veloce, semplice e quasi divertente, se contiamo gli elementi da osservare in sala d’attesa. Come quell’irlandese seduto dietro di me la cui cintura era quasi più larga della circonferenza di Orione e il cui sudore colava sulla camicia di seconda mano mentre gridava un inglese maccheronico ad un livello decibel troppo alto per la situazione in cui si trovava. Comunque abbandonando descrizioni di personaggi ambigui che incontro per strada, perché potrei creare un blog solo per loro, e tornando alla mia giornata, mi mancava solo una copia scannerizzata dei documenti ed il gioco era fatto, quelli della Escandalo Film avrebbero smesso di chiamarmi ad orari improbabili per ricordarmi con tono scocciato che necessitano i documenti per il contratto. Il problema era che di copisterie, in quella zona, nemmeno l’ombra. Mi ingegno e riciclo la tattica della caccia al tesoro, ce per la seconda volta in un tempo troppo ravvicinato funzione. Dopo qualche passeggiata su e giù per la stessa strada ne trovo una, così scannerizzo, pago esco, fermata dell’autobus e via diretta all’IKEA, il mio posto da sogno. Questa volta però la voglia di farsi tutto il percorso passando per stanze arredate da sconosciuti di case immaginarie e sognare di viverci un giorno era pari allo zero. La tentazione in quel posto però è troppo forte, è come una droga. Mi sento drogata di IKEA. Così passo attraverso l’esposizione a testa bassa, pugni chiusi lungo i fianchi e orecchie tappate, per scendere diretta al piano interrato dove acchiappo solo, e dico solo, quello che mi serve. Sulla via del ritorno ero talmente galvanizzata che dopo aver posato tutto in casa, sono riuscita a comprare un martello e dei chiodi dal chino. Non potevo aspettare altro tempo, dovevo appendere subito quello che avevo comprato. Così ora mi ritrovo una Securidad Social e una stanza semi-decente, il tutto in un giorno. Non è difficile immaginare come sono crollata dal sonno la sera.


giovedì 4 novembre 2010
CUARENTA Y NUEVE

Finalmente oggi mi sono decisa ad andare all’università. Temevo questo momento. Avevo paura che mi piacesse troppo. E invece, l’opposto. Il corso di lingue e letterature moderne è completamente diverso da quello in Statale a Milano che, ad essere sincera, mi piace molto di più. Chissà forse perché è a casa, o forse perché non sono ancora pronta ad immaginarmi qui per così tanto tempo. Comunque ho preso tutta la documentazione e al momento opportuno la sfodererò per confrontarla. Tappa successiva del giorno è stato un caffè con i Boratto in Plaça Catalunya per salutarli e all’una e mezza cominciò il mio viaggio verso Badalona, al secondo colloquio di lavoro. Mi accorgo del viaggio infinito che sarei costretta a fare quando guardando l’orologio mi accorgo che sono in metro da quarantacinque minuti e non sono ancora arrivata. Temevo di arrivare in ritardo, ma entrando alla Decathlon e chiedendo di Julen, mi accorgo di essere in anticipo mentre il tizio è in clamoroso ritardo. Si presenta mezz’ora dopo, con una scusa poco credibile. -Ho fatto un incidente, dice, e ho dovuto fare la constatazione amichevole, scusami. L’intervista procede bene, con calma e il ragazzo fa di tutto per mettermi a mio agio. Alla fine mi sembra entusiasta di tutto, mentre io esco perplessa e spaventata dal viaggio che dovrei fare alle quattro del mattino nel caso m mettessero nel turno mattutino, che comincia alle sei. Corro a casa perché Nerea, che trovo seduta al bar sotto casa leggendo un giornale, si è dimenticata le chiavi di casa e mi ha aspettato tutto il pomeriggio. Una volta a casa decido di condividere le mie avventure con un pubblico più ambio e magari trovare la fortuna. Così apro il sito di Repubblica.it e comincio a scrivere il mio diario di viaggio, speranzosa che qualcuno lo legga e si ritrovi a chiamarmi per maggiori informazioni. Nel mentre, l’unica chiamata che ho ricevuto è quello di Que Pasta! con la voce del capo dall’altro lato che mi dice che sono stata presa e che comincio martedì. -Merda, penso, sono a fare la comparsa. Per darmi un tono, ma con molta molta gentilezza, gli dico che quel giorno e il successivo sono all’Università autonoma di Barcellona a girare un film, naturalmente senza specificare che la mia parte è secondaria, muta e con un compenso che non vale la fatica di prendere quel treno che parte da Plaça Catalunya alle cinque e un quarto del mattino. Però mi ha fatto tornare la voglia di faticare, d sudare per quel misero salario di fine mese con il quale potrò finalmente organizzare una cena decente a casa. Nel frattempo mi limito ai piccoli piaceri della cucina, dato che con la dispensa piena di cose buone ho ritrovato il piacere di mangiare bene, cucinandomi piatti con quel tocco artistico che ti venire un grande dispiacere nel distruggere quelle costruzioni architettoniche e ridurre tutto in poltiglia. Ma come dice la mamma, tutto va al culo. Parole sue, parole sante.
mercoledì 3 novembre 2010
CUARENTA Y OCHO

Il lunedì mattina è sempre un dramma. Specialmente se è festivo perché ha la capacità di scombussolare tutta la settiman in quanto il martedì mattina ti svegli pensando che sia lunedì, e slitta tutto. E il mio lunedì mattina, festivo, è stato piuttosto tranquillo proprio per questo. Forse anche per la partenza dei miei che ci ha bloccato la giornata, permettendoci solo una passeggiatina nel parco dietro casa mia e qualche foto. Ma alle quattro scatta l’ora ics (divertente scriverlo così..). Prendo la metro di fretta, cambio, scendo e mi incammino per la Rambla. Alla seconda giro a sinistra e me lo trovo di fronte. Eccolo piccolino e intimo, con quel nome italiano spagnolizzato che lo rende tanto buffo. Sono in anticipo, ancora dopo così tanto tempo non ho ancora bene capito il rapporto distanza/tempo. O forse oggi sono solo ansiosa e ho paura di arrivare tardi al primo colloquio di lavoro. Chiacchiero con il capo, un ragazzo straniero anche lui che non si scandalizza per niente del mio spagnolo azzardato, anzi completa con gentilezza le mie frasi, sorridendo quando lo ringrazio. In conclusione, un lavoro remunerato poco, ma che mi lascia il tempo per studiare tranquillamente. E poi ora mi sono liberata di tutte le frivolezze, sono più semplice ed essenziale, non necessito molto per vivere. E non è solo una questione di accontentarsi, perché la mia vita mi piace tutta e più del dovuto. Forse mi piace anche troppo. Sono felice. Soprattutto quando nel momento meno atteso di tutti, accade qualche cosa di speciale che ti fa sentire fortunato. Stavo aspettando ad un semaforo il verde, quando dall’altra parte della strada vedo un vecchio con un cane, uno di quelli brutti ma buoni, con i peli del muso che cominciano a sbiancarsi e un’espressione dolce e goffa allo stesso tempo.. Il vecchio sta cercando qualche cosa in un borsello, quando gli cade il guinzaglio. Senza esitazione il cane lo guarda con comprensione e pazienza, abbassa il muso raccoglie il guinzaglio con i denti e lo porge al vecchio che, con gratitudine lo prende e lo accarezza dolcemente sul muso. C’era una bella storia tra quei due, una storia che non si può raccontare. Qualcosa di grande e intimo, di segreto solo tra loro due. E nessuno ha il diritto di raccontare questa storia. Vedendo questo e guardando, ci si sente fortunati, perché ognuno ha una storia così, come quella che c’è tra quei due vecchi passeggiatori silenziosi. E dobbiamo tenercele strette queste storie, perché sono l’unica cosa a cui ci possiamo aggrappare. La sera la passo in compagnia dei ragazzi della mini rimpatriata di Calella a casa dei ragazzi tra musica e chiacchiere. E anche qui mi sento fortunata.
CUARENTA Y SIETE
Sento in lontananza un rumore molesto che inevitabilmente richiama la mia attenzione, obbligandomi, per pura curiosità, ad aprire gli occhi per vedere da quale oggetto misterioso proviene. Quando lo scopro, rimango delusa, oltre che incazzata. Davvero sei stato tu, oggetto ignobile e di poca utilità in questo mondo? Davvero questo suono fastidioso che mi entra in testa proviene da te, oh cellulare? Che delusione. Sarei stata felice di alzarmi dal letto se al mio risveglio avessi scoperto un unicorno giallo con zampe di cerbiatto con due casse da concerto professionali al posto delle orecchie da cui usciva il rumore. E invece no, un misero cellulare. Lo spengo, senza esitare un secondo di più. Mi rigiro nel letto con occhi socchiusi e mi stupisco della comodità del materasso di oggi. Non faccio nemmeno in tempo a riaddormentarmi che, allungando una gamba mettendomi più comoda, tocco qualcosa. È qualcosa di caldo, morbido e...vestito. Che diavolo potrà essere? L’unicorno, che oltre ad essere un mezzosangue sputamusica, indossa anche dei pantaloni e dorme nel mio letto? Delusione e sconforto mattutini per la seconda volta per Giulia. Olè! Quello che il mio piede urtò altro non era che il sedere di qualcuno. Sedere significa che sto dormendo con qualcuno, e il fatto che debba allungare una gamba per toccarlo significa che decisamente non sono nel mio letto. Perciò, dove diavolo solo? La pioggia cadeva forte sulla finestra, cosa che aumentava la tensione, come in un film. Quanto domande di prima mattina. Alzando con cautela la testa dal cuscino mi accorgo di stare dormendo con una ragazza. Capelli marroni sul cuscino e respiro pesante. La Luvi, grazie a dio è lei! E in quel momento realizzai. Casa di Raquel. Bene, sono al sicuro e per certo quello che ho fatto ieri, sebbene non lo ricordi, non è tanto imbarazzante da rinnegarlo in futuro, anche se andando in sala e vedendo una bottiglia di ron finita, mi sorge qualche dubbio che prontamente accantono. Causa pioggia spostiamo l’appuntamento con i miei e decidiamo di andare a vedere un museo, precisamente quello di Picasso al Ribera. Arrivate, io e mamma perché papà decide di andare a vedere un museo della storia della città (e quando papà vuole andare a vedere un museo, fidatevi, è meglio lasciarlo solo, perché se la prende con calma. Come alla fine è giusto che sia), troviamo facilmente l’ingresso. Oggi è gratis, favoloso! Dobbiamo solo fare la coda. Prefetto, pensiamo, meglio di così! Usciamo, cerchiamo la fine della coda, e dopo qualche minuto camminando a lato della gente che aspettava ci rendiamo conto che questa fila non ha fine. Abbandoniamo l’impresa e ci facciamo un giretto per i vicoli del quartiere, che è diventato il mio preferito. Nel frattempo, il telefono suona all’impazzata, due lavori nel giro di qualche ora. Colloquio lunedì e martedì. Per farla breve, la giornata di conclude con cena al ristorantino di ieri, con delusione annessa. Ieri avevamo troppa fame e non ci siamo dati conto del menu, che la seconda volta ci ha lasciati a papille gustative insoddisfatte. Ma sicuro che tornerò, con il mio uomo magari, dato che negli ultimi giorni l’ho un pochino trascurato. Ma tranquillo A., recupereremo tutto il tempo perso. E anche di più.
martedì 2 novembre 2010
CUARENTA Y SEIS

Dopo la sveglia, una doccia e il citofono che suona, finalmente rivedo i miei vestiti. Sono ammassati dentro uno zaino da trekking che deovrà pesare si e no sette chili, ma ci sono tutti, dagli stivali alla giacca invernale alle felpe per andare a correre e una quantità industriale di calze pesanti. Trovo anche le cuffie per l’iPod, una manna dal cielo dato che è quasi un mese che vivo senza, cosa che stava risultando fatale per la mia salute mentale. Li porto al bar sotto casa ad assaggiare il cappuccino buono buono. Le mie papille gustative impazziscono al primo sorso di schiuma, ignare della sorpresa delle sorprese che arriva pochi minuti dopo: una spesa da settantacinque euro. Contando che stiamo parlando del Mercadona, con questa cifra ci camperò un mese. Così ora posso sfoggiare anche io un frigo pieno di cibo sano senza guardare con invidia i ripiani delle mio coinquiline pieni di tapper con buon cibo cucinato dalle mamme nei fine settimana. Dopo esserci scervellati cercando un posto per riporre tutta la dispensa, troviamo il mobiletto in sala, singolare ubicazione per del cibo, ma oramai questa sta diventando la casa dove il surrealismo compierà un nuovo passo in avanti. Come attaccapanni abbiamo de chiodi e come blocca finestra una sedia. Programma della giornata: Palau de la Musica. Peccato che con tutto questo movimento ci viene fame (strano, in questo periodo non mangio quasi niente!!!) così prenotiamo la visita delle tre e mezza e andiamo a cercare un posto dove si possa mangiare qualche cosa al volo. Unico che ci si presenta appetibile è Texapela, la taperia basca, o euskadi, sul Passaig de Gracia. Così con venti euro in tre ci riempiamo di birra, sidro e tapas a più non posso. Tre stelline a questo posto. Ridendo e scherzando si fanno le tre e ci tocca dirigerci verso il palazzo della musica per a guida. La storia del palazzo è controversa e complicata, nonché troppo lunga da raccontare. Sta di fatto che uno dei più grandi architetti del ventesimo secolo, che con grande sorpresa non è Gaudì ma Lluis Domènech, fu incaricato da un gruppo corale catalano, l’Orfeò Català, di buttare giù una chiesa nel centro della città per costruire il palazzo che diventerà il loro teatro personale. Gli spazi ristretti a causa delle case addossate al palazzo e la mancanza di luce, hanno ispirato il genio dell’architetto, facendogli progettare grand vetrate e un soffitto strategico la cui maggior parte è costituita da una vetrata a forma di goccia. Il tutto non è solo per una questione estetica, ma anche acustica. Infatti in qualsiasi dei numerosissimi posti a sedere (più di mille) l’acustica è esattamente la stessa. Usciamo incantati dalla visita guidata e ci separiamo. Loro vanno a farsi un giro nel gotico e a cercare di visitare la cattedrale mentre io cerco disperatamente quel negozio di borse che Camilla mi ha segnalato sulla Laietana, tentativo fallito miseramente per la terza volta. Amen., ci rinuncio. Prossima tappa, l’università per informarmi sulla facoltà di filologia, per vedere se lingue e lettere moderne è uguale che in Statale a Milano. Fallisce anche questo tentativo, così mi ritiro a casa a riposarmi. La sera arriva in un batter d’occhio e la ricerca di un ristorante si fa difficoltosa dopo aver scoperto che il ristorante al Raval che avevo trovato in internet in realtà non esiste. Così ci spostiamo al Gotico, questione di attraversamento della Rambla, e incappiamo per caso in un ristorantino in un vicolo isolato. Le facce soddisfatte dei clienti mentre osservano sbavando il loro pollo fritto, sembrano suggerire di aspettare qualche minuto per conseguire un tavolo. La fame, intanto, diventa colossale. Così appena arriva il nostro pollo con ratatuille e l’asado per papà ci buttiamo a capofitto e lo finiamo in tra minuti. Come dolce ci buttiamo su una crema catalana buona, ma non una delle migliori. Allo scattare della mezzanotte fuggo via verso casa di Raquel per un appuntamento molto speciale: mini festino tra donne, il tutto rigorosamente in spagnolo. Alla fine decido di fermarmi li a dormire, troppo tardi, troppo freddo per tornare dall’altra parte della città!
lunedì 1 novembre 2010
CUARENTE Y CINCO
E dopo quarantacinque giorni di lontananza, finalmente oggi rivedo i miei. Prima però un piccolo salutino a chi mi ha ospitato per la prima settimana. Così mi presento giusta per il caffè a casa di Raquel. Suono il citofono e percorro l’atrio d’ingresso fino all’ascensore. Arrivata al quarto piano l’ascensore si ferma le porte si aprono e sul pianerottolo c’è la Luvi che mi aspetta e che, naturalmente, mi salta addosso. Cominciamo a gridare come due galline in calore senza darci conto delle persone che erano in casa né tantomeno dei vicini. Tra caffè e chiacchiere il pomeriggio vola mentre si avvicina l’ora dell’appuntamento. Naturalmente l’aereo è in ritardo, così slitta tutto di qualche mezz’ora. Rivederli è stato bello e ammetto che un pochino (poco però, eh) mi sono mancati. Arrivata all’albergo, prenotato strategicamente dietro casa mia, entro con prepotenza e decisione, mi precipito alla reception e, pur sapendolo già, chiedo il numero della stanza più per sembrare una persona normale che per effettiva necessità. Salgo all’ultimo piano cerco la stanza seicento uno e busso. Mi apre la mamma e mi salta addosso anche lei. Saluto papà e mi fiondo sui miei vestiti. Tra la confusione dei loro bagagli sento richiamare la mia attenzione da una bora in particolare, che pochi secondi dopo averla aperta si rivela il paese dei balocchi: il mio libro di Zafon, ancora da finire, e uno nuovo di Ammaniti, Io e te. Ma non finisce qui. Scavando a fondo della borsa becco un pacchettino dorato. Già sapevo cosa conteneva, la piccola rondine. Grazie nonna, è bellissima. Barcellona by night ci chiama così usciamo diretti verso un ristorante nel Mercato di Santa Caterina. Il posto è moderno e pieno di gente, ma la fame viene genialmente smorzata da un buon bicchiere di vino mentre attendiamo il nostro turno. La sala senza pareti , la cena condivisa con famiglie tedesche grazie alle tavolate in comune e una grande parete con dispensa a vista, rendono questo ristorante “di casa”, anche se il lato chic del servizio sottolinea il suo carattere turistico. Il pesce però non è niente male. Finito di cenare, per digerire ci incamminiamo nel gotico, appena dall’altro lato della strada, per fare una passeggiata. La stanchezza però ci assale, e alla prima fermata della metro torniamo a casa. Appuntamento la mattina seguente, per una colazione al bar. Un cappuccino decente, una pacchia per il mio palato.