martedì 2 novembre 2010

CUARENTA Y SEIS


Dopo la sveglia, una doccia e il citofono che suona, finalmente rivedo i miei vestiti. Sono ammassati dentro uno zaino da trekking che deovrà pesare si e no sette chili, ma ci sono tutti, dagli stivali alla giacca invernale alle felpe per andare a correre e una quantità industriale di calze pesanti. Trovo anche le cuffie per l’iPod, una manna dal cielo dato che è quasi un mese che vivo senza, cosa che stava risultando fatale per la mia salute mentale. Li porto al bar sotto casa ad assaggiare il cappuccino buono buono. Le mie papille gustative impazziscono al primo sorso di schiuma, ignare della sorpresa delle sorprese che arriva pochi minuti dopo: una spesa da settantacinque euro. Contando che stiamo parlando del Mercadona, con questa cifra ci camperò un mese. Così ora posso sfoggiare anche io un frigo pieno di cibo sano senza guardare con invidia i ripiani delle mio coinquiline pieni di tapper con buon cibo cucinato dalle mamme nei fine settimana. Dopo esserci scervellati cercando un posto per riporre tutta la dispensa, troviamo il mobiletto in sala, singolare ubicazione per del cibo, ma oramai questa sta diventando la casa dove il surrealismo compierà un nuovo passo in avanti. Come attaccapanni abbiamo de chiodi e come blocca finestra una sedia. Programma della giornata: Palau de la Musica. Peccato che con tutto questo movimento ci viene fame (strano, in questo periodo non mangio quasi niente!!!) così prenotiamo la visita delle tre e mezza e andiamo a cercare un posto dove si possa mangiare qualche cosa al volo. Unico che ci si presenta appetibile è Texapela, la taperia basca, o euskadi, sul Passaig de Gracia. Così con venti euro in tre ci riempiamo di birra, sidro e tapas a più non posso. Tre stelline a questo posto. Ridendo e scherzando si fanno le tre e ci tocca dirigerci verso il palazzo della musica per a guida. La storia del palazzo è controversa e complicata, nonché troppo lunga da raccontare. Sta di fatto che uno dei più grandi architetti del ventesimo secolo, che con grande sorpresa non è Gaudì ma Lluis Domènech, fu incaricato da un gruppo corale catalano, l’Orfeò Català, di buttare giù una chiesa nel centro della città per costruire il palazzo che diventerà il loro teatro personale. Gli spazi ristretti a causa delle case addossate al palazzo e la mancanza di luce, hanno ispirato il genio dell’architetto, facendogli progettare grand vetrate e un soffitto strategico la cui maggior parte è costituita da una vetrata a forma di goccia. Il tutto non è solo per una questione estetica, ma anche acustica. Infatti in qualsiasi dei numerosissimi posti a sedere (più di mille) l’acustica è esattamente la stessa. Usciamo incantati dalla visita guidata e ci separiamo. Loro vanno a farsi un giro nel gotico e a cercare di visitare la cattedrale mentre io cerco disperatamente quel negozio di borse che Camilla mi ha segnalato sulla Laietana, tentativo fallito miseramente per la terza volta. Amen., ci rinuncio. Prossima tappa, l’università per informarmi sulla facoltà di filologia, per vedere se lingue e lettere moderne è uguale che in Statale a Milano. Fallisce anche questo tentativo, così mi ritiro a casa a riposarmi. La sera arriva in un batter d’occhio e la ricerca di un ristorante si fa difficoltosa dopo aver scoperto che il ristorante al Raval che avevo trovato in internet in realtà non esiste. Così ci spostiamo al Gotico, questione di attraversamento della Rambla, e incappiamo per caso in un ristorantino in un vicolo isolato. Le facce soddisfatte dei clienti mentre osservano sbavando il loro pollo fritto, sembrano suggerire di aspettare qualche minuto per conseguire un tavolo. La fame, intanto, diventa colossale. Così appena arriva il nostro pollo con ratatuille e l’asado per papà ci buttiamo a capofitto e lo finiamo in tra minuti. Come dolce ci buttiamo su una crema catalana buona, ma non una delle migliori. Allo scattare della mezzanotte fuggo via verso casa di Raquel per un appuntamento molto speciale: mini festino tra donne, il tutto rigorosamente in spagnolo. Alla fine decido di fermarmi li a dormire, troppo tardi, troppo freddo per tornare dall’altra parte della città!

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