giovedì 30 settembre 2010

DECIMOQUINTO DìA



Era da talmente tanto tempo che non puntavo la sveglia alle sette e mezza che quasi mi ero dimenticata come fosse quel tipo di risveglio. E insomma, è traumatico. Mi sono letteralmente catapultata giù dal letto altrimenti mi sarei girata dall’altra parte e avrei continuato a dormire. Invece il senso del dovere mi ha assalito, mi ha fatto vestire, lavare i denti, buttare del trucco in faccia e il tutto senza che quasi me ne accorgessi da tanto che era rimbambita. Oggi caldo al sole e freddo all’ombra. Così arrivo sudata alla commissarìa e mi rinfresco attendendo all’ombra il mio turno nella luuuunga e infinita coda. C’è solo un problema: l’affluenza è talmente tanta che ogni giorno danno un numero limitato di biglietti per questo benedetto N.I.E (Numero di Identificazione Estero). Quindi tu ti svegli alle sette, ti precipiti alla velocità della luce dall’altra parte della città, ti metti in coda, ma non sai se avrai il magico foglietto. Non resta che aspettare. Nel frattempo conosco due ragazze, Michaela e Melissa, di Napoli e Milano anche loro emigrate qui. Si, credo proprio che questa sia una vera e propria migrazione collettiva. Soprattutto dall’Italia e dai paesi nordici, solo che noi siamo i primi. Nessuno se ne è ancora accorto, ma quando vedranno duplicare il numero di ragazzi fuggiti all’estero, qualche domanda se la faranno. Sta di fatto che in questo ufficio si immatricolano ogni giorno circa trecento/trecentocinquanta persone. Calcolate voi, non sono mai stata brava in matematica. È pieno di ragazzi di ogni nazionalità, russi, tedeschi, francesi e tanti tanti norvegesi. Chi per erasmus, chi per lavorare, chi per un master o per la tesi. Comunque finalmente arriva il nostro turno, numero ottantaquattro. Bene, molto bene, siamo al numero sette!! Decidiamo di girovagare per il barrìo attendendo e attendendo. Così ci prendiamo un caffè (la cameriera si dimanetica per tre volte di portarmi un bicchiere d’acqua, sandoiddio), passeggiamo per la Gran Via, proviamo scarpe. All’alba delle dieci e mezza arriva il nostro turno, l’eccitazione sale. In sostanza questo numero ti agevola in nulla e in tutto. Per alcune cose è del tutto inutile ma con questo puoi fare l’impadronamento, hai assistenza sanitaria e sei qualcuno per la Spagna. Ma soprattutto, se ti fermi qui a vivere, dopo due anni di residenza hai DIRITTO a una casa popolare, e che case popolari! Timbro, graffetta, documento. Fotocopia, pagamento tassa e il gran foglio verde è tuo. E mentre lo guardavo pensavo: bene, ora sono cazzi amari. Posso dire che si comincia realmente da OGGI in quanto anche se avessi trovato lavoro prima non avrei potuto lavorare senza N.I.E. Così mi precipito a casa, mangio qualcosa (gesto che sta diventando più che abituale, e la cosa non va bene) e....stramazzo sul divano. Ma a questa servono le sveglie. Ore cinque risveglio e corsa di nuovo fuori casa. Direzione INDITEX, il magico posto che spero mi porterà lavoro. Perché altrimenti qui non si mangia. Arrivata al civico giusto guardo in alto e vedo l’insegna ZARA. Mmm, non è normale. Chiedo ad una guardia giurata che mi dice che è dietro quella porta al secondo piano. Mi sentivo come Vincent in Pulp Fiction. Ecco quella porta era come la ventiquattrore che apre nel film, piena di luce dorata dentro. Secondo piano a destra e segretarie che non mi cagano, come se non esistessi. Tiro fuori le palle (senso metaforico, naturalmente) mi allungo sulla scrivania, prendo il modulo e sotto il loro sguardo sconvolto me ne vado con aria soddisfatta, come per dire: “se non vi muovete voi, tranquille, faccio da sola!”. Compilo il tutto e al momento della disponibilità mi faccio due conti e decido: mattina, dalle otto e trenta, disponibilità immediata, infrasettimanale. Consegno il tutto, grazie e arrivederci. Ora casa, zupetta di verdure per riprendere un pochino di vitamine e quelle cose là che sevono e maratona di Sknis con cereali e latte caldo. Domani altra giornatona. Vi terrò aggiornati.

BaciBaci

Nessun commento:

Posta un commento